Enrico Grazzini – Che cosa manca nel programma economico dei Cinque Stelle

Il Movimento 5 Stelle ha riscosso un grande e meritato successo elettorale ed è diventato una credibile forza candidata al governo del Paese. Diventa quindi importante valutare quale sia il suo piano di governo per risollevare l’Italia dalla crisi economica che dura ormai da troppi anni. Il programma economico del Movimento fondato da Beppe Grillo – a partire dal reddito minimo per tutti i cittadini per passare poi alla pubblicizzazione della Banca d’Italia, alla riconversione verde della politica energetica, al credito mirato per le piccole e medie imprese, alla rivisitazione del debito pubblico, alla critica all’euro, all’autoritarismo dell’Unione Europea e alle sue politiche di stupida austerità, ecc – è largamente condivisibile. Ma mancano ancora due elementi indispensabili perché questo piano possa diventare realmente efficace e concreto: la democrazia economica e la Moneta Fiscale.


Senza partecipazione diretta e dal basso alla gestione dell’economia il programma economico dei 5 Stelle è destinato ad afflosciarsi di fronte alla prevedibile formidabile resistenza dei centri di potere del finanzcapitalismo; e senza moneta fiscale, ovvero senza espansione monetaria nell’economia reale, l’austerità e la crisi proseguiranno, e gli obiettivi di reddito garantito e di lavoro per tutti non verranno centrati. La Moneta Fiscale è l’unico strumento che consente di finanziare la ripresa economica senza generare deficit pubblico: è quindi l’unica soluzione per evitare i vincoli suicidi imposti dall’Unione Europea. Vincoli che altrimenti soffocherebbero sul nascere qualsiasi politica di bilancio dei 5 Stelle.

Il reddito minimo di cittadinanza e il piano governativo per la garanzia del lavoro

Il reddito di cittadinanza è al primo punto del programma economico e sociale dei 5 Stelle. Ci sono diverse maniere di intendere il reddito minimo garantito. Senza dubbio praticamente ormai quasi tutti i paesi europei hanno adottato forme di reddito minimo per sostenere i – e dare dignità ai – giovani in cerca di prima occupazione, donne e uomini che hanno perso il lavoro, o chi si trova in una situazione lavorativa precaria a causa delle disgraziate politiche europee sulla flessibilità.
Per i 5 Stelle il costo del reddito di cittadinanza, pari a 16 miliardi, dovrebbe essere sostanzialmente coperto da tagli mirati alla spesa pubblica e da riduzioni mirate delle agevolazioni fiscali: per esempio dall’aumento dei canoni per la concessione di idrocarburi, dalla riduzione delle agevolazioni fiscali per banche e assicurazioni, dalla compressione delle spese militari, dal taglio agli sprechi, alle pensioni d’oro, alle auto blu, alle indennità parlamentari, ecc. Ma i tagli non bastano a reperire le risorse necessarie. Nuove risorse possono essere garantite solo dall’emissione di nuova moneta fiscale.

Occorre però innanzitutto sottolineare che il vero problema – come denunciava l’autorevole economista americano Hyman Minsky già durante il programma keynesiano di lotta alla Povertà (War on Poverty) – è quello di garantire il lavoro a tutti i cittadini, giovani, donne e uomini. Lo Stato non solo deve tutelare il welfare – sanità, istruzione, pensioni, assistenza, ecc – e un reddito minimo a tutti i cittadini, ma deve diventare anche e soprattutto l’ employer of last resort: deve trovare occupazione dignitosa e socialmente utile a tutti i cittadini che rimangono tagliati fuori dal mondo del lavoro.

Il reddito di cittadinanza è doveroso: la cassa integrazione tutela solo molto parzialmente e temporaneamente chi il lavoro ce l’ha già. Quindi il reddito minimo garantito va senz’altro introdotto: tuttavia non deve rappresentare solo una voce di spesa, né deve essere concepito come un’altra forma di assistenzialismo o, peggio, di parassitismo sociale. L’aspetto paradossale della fase economica attuale è che il lavoro manca per milioni di cittadini, ma moltissimi lavori sarebbero invece necessari e non vengono svolti a causa delle politiche suicide di austerità che comprimono la spesa pubblica: per esempio i lavori di riassetto del territorio, i lavori idrogeologici, i piccoli lavori dei Comuni, i lavori di ristrutturazione edilizia ed urbanistica, quelli per il risparmio energetico, l’assistenza verso gli anziani e i portatori di handicap, ecc.

E’ necessario allora sviluppare l’occupazione e il lavoro produttivo socialmente utile, proprio come fece ai tempi del New Deal Franklin D. Roosevelt con i programmi Work Progress Administration, Civilian Conservation Corps, National Youth Administration, Lo stato deve essere il datore di lavoro di ultima istanza per realizzare ampi programmi pubblici in grado di impiegare milioni di disoccupati.

Occorre realizzare la base produttiva in grado di autosostenere lo sforzo economico rappresentato dal reddito di cittadinanza. Il reddito garantito dovrebbe essere autofinanziato grazie al lavoro pubblico di ultima istanza garantito dal governo[1].

Il lavoro garantito potrebbe tra l’altro essere utile non solo per i cittadini italiani ma anche per trattare i drammatici problemi derivanti dall’immigrazione di massa dei popoli extraeuropei. Se lo Stato garantisse il lavoro produttivo, e quindi un reddito minimo, agli immigrati in cerca di integrazione, allora la base produttiva si espanderebbe e il loro lavoro utile costituirebbe la base stessa del loro reddito. Gli immigrati non rappresenterebbero più solo un centro di costo per fornire loro un’assistenza senza corrispettivo che dalla maggioranza dei cittadini viene considerata come una sorta di carità che pesa sulle spalle della società. La presenza degli immigrati sarebbe produttiva (per loro e per noi) e percepita favorevolmente dai cittadini chiamati a integrarli.

Il movimento 5 Stelle propone una serie di misure per tagliare la spesa pubblica e reperire le risorse necessarie al reddito di cittadinanza (16 miliardi). Non c’è alcun dubbio che alcune spese pubbliche, per esempio le spese faraoniche per le grandi e inutili (o poco utili) opere come la Tav e il Mose di Venezia, vadano immediatamente tagliate perché sono solo una immensa voce di spreco e di corruzione. Tuttavia in generale la spesa pubblica non deve essere considerata come improduttiva.

Tagliare la spesa pubblica significa prima di tutto sul piano contabile ridurre in misura identica il Pil nazionale e quindi aumentare immediatamente il rapporto debito/Pil. Il vero problema non è quello di ridurre la spesa pubblica per garantire il reddito minimo ai cittadini: il nodo centrale è invece di renderla produttiva inserendo elementi e forme di democrazia economica. Gli utenti e i lavoratori dovrebbero partecipare con poteri decisionali alla gestione delle aziende pubbliche, a partire per esempio dalle municipalizzate[2].

I Certificati di Credito Fiscale per finanziare politiche espansive e uscire dalla crisi

Ma come trovare le risorse per rilanciare l’economia e ridare fiato alle famiglie e alle imprese, soprattutto quelle piccole e medie? Le risorse per il reddito di cittadinanza e per rilanciare l’economia produttiva devono venire soprattutto dall’introduzione della moneta fiscale. Una moneta da distribuire gratuitamente alle famiglie e alle imprese; una moneta basata sui Certificati di Credito Fiscale, CCF, è necessaria anche per rilanciare la spesa pubblica utile per i cittadini. I CCF, che sostanzialmente attualizzano il valore dei futuri proventi fiscali, sono lo strumento migliore per uscire dalla crisi senza creare deficit e senza aumentare il debito pubblico. Potrebbero essere emessi nella misura di circa 40 miliardi di euro in tre anni e rappresenterebbero un vero shock monetario vitale per l’economia.

Occorre premettere che la moneta fiscale non è una moneta vera e propria – né tanto meno una moneta parallela all’euro – ma è uno strumento finanziario. Per moneta fiscale si deve infatti intendere un titolo di stato denominato in euro, trasferibile e negoziabile come qualsiasi altro titolo, e quindi immediatamente convertibile in euro: la caratteristica specifica di questo particolare titolo (chiamato per semplicità: moneta fiscale) è che è utilizzabile per pagare il fisco e altre obbligazioni verso l’amministrazione pubblica (contributi, tariffe, multe, ecc). La moneta fiscale è un titolo completamente garantito dallo stato come sconto fiscale anche se non è rimborsabile in euro (e quindi non prefigura un debito dello stato).

I Certificati di Credito Fiscale sono titoli di credito fiscale emessi direttamente dallo stato e assegnati senza corrispettivo (ovvero gratuitamente) a famiglie e imprese, e alle amministrazioni statali. La loro emissione avrebbe un grande impatto economico (e politico). L’emissione di questi titoli pubblici gratuiti sarebbe paragonabile a una sorta dihelicopter money (vedi J. M. Keynes, Milton Friedman, Ben Bernanke). Infatti, grazie a questo titolo/moneta, lo stato può aumentare immediatamente la capacità di spesa delle famiglie, delle aziende e delle amministrazioni pubbliche; può aumentare la domanda e fare ripartire l’economia reale, liberandola dalla trappola della liquidità.

Questo titolo/(quasi) moneta verrebbe distribuito gratuitamente alle famiglie, in proporzione inversa al reddito in modo da incrementare i consumi; e alle aziende, in proporzione al numero dei dipendenti, in modo da ridurre in maniera significativa il costo del lavoro e dare nuova competitività alle imprese.

Mediobanca Securities afferma che con i certificati di credito fiscale il Pil crescerebbe del doppio senza squilibrare il bilancio pubblico e la bilancia commerciale1. I CCF – venduti da chi (aziende e famiglie) ha bisogno di liquidità, e acquistati da chi ha interesse a godere di sconti fiscali – verrebbero rapidamente convertiti in euro dalle famiglie e dalle imprese e darebbero nuovo ossigeno all’economia. Grazie alla crescita, il rapporto debito/PIL diminuirebbe[3].

Lo stato con i CCF potrebbe aumentare la massa monetaria in circolazione nell’economia reale, rilanciare i consumi, contrastare il credit crunch, rilanciare investimenti e occupazione. Il vantaggio è che i CCF non comparirebbero come debito al momento della loro emissione, in quanto sono appunto titoli di credito e non di debito, anche se potrebbero generare sopravvenienze passive (contingent liabilities) al momento della loro maturità. Si scommette sul fatto che, grazie al moltiplicatore keynesiano, il potenziale deficit fiscale futuro verrà a termine più che compensato dal maggiore gettito conseguente alla crescita del PIL dovuta all’emissione di CCF.

La moneta fiscale ha tre caratteristiche fondamentali che la rendono alternativa rispetto alla moneta che utilizziamo normalmente: a) è emessa e distribuita dallo Stato e non dalle banche private; b) è una moneta nazionale e non una moneta prodotta dalle banche internazionali (come l’euro); c) è una moneta-credito (ovvero distribuita gratuitamente) e non una moneta-debito. Non mi dilungo oltre perché la moneta fiscale è stata ampiamente trattata nell’ebook edito da Micromega “Per una moneta fiscale gratuita. Come uscire dall’austerità senza spaccare l’euro” a cura di Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini, con la magnifica prefazione del compianto Luciano Gallino[4].

Aggiungo un solo accenno alle possibili conseguenze dell’emissione di moneta fiscale. Sul piano contabile la moneta fiscale, in quanto sconto fiscale non rimborsabile in euro, secondo i criteri Eurostat non costituisce un debito finanziario da parte dello stato. Sul piano fattuale, la compensazione del potenziale deficit fiscale derivato ceteris paribus dagli sconti fiscali è garantita dall’azione del moltiplicatore fiscale, particolarmente elevato in una situazione, come quella attuale, di forte sottoutilizzazione delle risorse. Solo per fare un esempio: recentemente Paul Krugman in un post del suo blog ha mostrato che nell’eurozona il moltiplicatore fiscale è stato pari a 1,5 negli anni dal 2009 al 2013[5].

La moneta fiscale per la Cassa Depositi e Prestiti e la nazionalizzazione di una banca di sviluppo

Ovviamente la Moneta Fiscale non sarebbe l’unico toccasana per l’economia. Occorrono altre misure complementari, come la nazionalizzazione di una banca (per esempio MPS) per lo sviluppo delle piccole e medie imprese e delle aree territoriali più svantaggiate[6]. Le banche private non bastano per uscire dalla crisi. Occorre inoltre che la Cassa Depositi e Prestiti possa emettere obbligazioni con valore di Moneta Fiscale (ovvero utilizzabili anche per pagare le tasse al loro valore nominale con la garanzia dello stato) in modo da reperire le risorse necessarie per mettere al riparo il settore creditizio, fare finalmente una buona politica industriale e difendere e sviluppare le nostre industrie strategiche[7].

Un aspetto fondamentale della moneta fiscale è che non solo ci porterebbe fuori dalla crisi, ma che rappresenterebbe anche e soprattutto un formidabile momento di adesione e coesione sociale da parte sia dei lavoratori che delle imprese. Il governo che promuovesse la moneta fiscale si garantirebbe il successo elettorale. In questo modo otterrebbe quella spinta da parte del mondo produttivo indispensabile per promuovere con forza e con entusiasmo sociale le sue politiche.

Utenti e lavoratori per la gestione dal basso degli enti e delle aziende pubbliche

Il Movimento 5 Stelle annuncia onestà e trasparenza nella gestione della cosa pubblica, dei beni comuni come l’acqua e l’aria, e nella gestione dell’economia. Questa garanzia è assolutamente necessaria e costituisce la precondizione di ogni politica efficace. Tuttavia onestà e trasparenza non bastano: occorre anche incentivare forme di democrazia economica e di gestione partecipativa dell’economia a partire dalle aziende pubbliche e dalle città. Nonostante che l’ideologia liberista lo neghi, la democrazia economica ha come conseguenza naturale l’efficacia economica[8].

Pochi riconoscono un fatto fondamentale, ovvero che l’industria tedesca è competitiva nel mondo perché prevede la partecipazione quasi paritaria tra i lavoratori e azionisti. Nel Consiglio di Sorveglianza delle medie e grandi aziende tedesche i lavoratori rappresentano la metà dei partecipanti, mentre l’altra metà è costituito dagli azionisti: in questo modo i lavoratori garantiscono lo sviluppo dell’azienda (e quindi anche la loro occupazione e dei loro redditi) e diventano garanti del fatto che la loro impresa non venga svenduta alla speculazione finanziaria o spostata all’estero solo per favorire gli interessi dell’azionista di riferimento. Grazie alla democrazia industriale la Germania è diventata la prima potenza industriale in Europa e leader mondiale nella manifattura.

Ma esistono altre forme indispensabili di democrazia economica da attuare in Italia, come innanzitutto il bilancio partecipato nelle città e nei paesi. I cittadini devono potere decidere come investire sul futuro della loro città in base ai loro interessi concreti e in modo democratico. Il bilancio partecipato (quello vero, sostanziale, e non invece quello promosso solo per promozione di immagine su questioni secondarie, come le siepi e le panchine nei giardini pubblici) è l’unica strada per gestire efficacemente i beni comuni della città.

Internet rappresenta un potenziale enorme per la democrazia partecipativa e la democrazia economica. Non può però sostituire tutte le forme di democrazia diretta e di relazioni sociali e politiche. E’ uno strumento utilissimo e anzi assolutamente indispensabile per l’informazione e il dibattito, ma è meno utile per deliberare. Le decisioni richiedono infatti un contatto più stretto tra i membri delle comunità interessate. Internet è condizione necessaria ma non sufficiente per la democrazia partecipativa.

I cittadini dovranno imparare a formare delle comunità responsabili e a decidere del loro futuro. Devono impratichirsi a decidere sulle risorse da investire per garantire i servizi urbani; dovrebbero imparare a amministrarli e a monitorare la loro gestione in modo che rispondano sempre alle loro esigenze. I politici eletti dai cittadini dovrebbero incentivare le forme di democrazia economica e accettare di essere costantemente monitorati nelle loro attività di rappresentanza degli interessi pubblici. Solo così eviteranno l’autoreferenzialità (e i privilegi) di casta.

Occorrerà che i cittadini partecipino all’amministrazione degli enti pubblici e decidano direttamente sulle risorse pubbliche e sul finanziamento dei beni comuni (trasporti, acqua, energia, sanità, istruzione, ecc) anche grazie a forme avanzate di decentramento e federalismo fiscale. Il federalismo fiscale, con un adeguato fondo perequativo per garantire eguaglianza e pari diritti a tutti i cittadini italiani, è indispensabile per garantire efficienza, democrazia e equità sociale. Non basta abolire Equitalia, come propongono i 5 Stelle. Le risorse dovrebbero essere raccolte e gestite (con controllo dal basso) anche a livello locale e non solo dallo stato centralizzato.

E’ necessario fare come in Svizzera dove i cittadini con il referendum decidono anche sulle materie economiche, anche sul fisco e sulle tasse necessarie per garantire i servizi pubblici. La democrazia economica deve partire dalle città, dalla gestione dei beni comuni e dai luoghi di lavoro.

Senza democrazia economica e partecipazione dal basso, ogni programma pur ottimo è destinato a rimanere sulla carta, schiacciato dalla forza degli interessi contrapposti. Senza forme di democrazia diretta i rappresentanti della politica non riuscirebbero a fare effettivamente gli interessi di quelli che rappresentano e rischierebbero di diventare solo un nuovo ceto politico.

NOTE

[1] Vedi Hyman Philip Minsky “Combattere la povertà. Lavoro non assistenza” A cura di: Laura Pennacchi, Riccardo Bellofiore, Ediesse, 2014

[2] Vedi Enrico Grazzini “Manifesto per la democrazia economica”, Castelvecchi Editore, 2014.

[3] Vedi il report di Mediobanca Securities, Country Update, Italy – Tide turns as recovery starts, 17 November 2015 su www.monetafiscale.it

[4] L’ebook di Micromega sviluppa e articola i concetti espressi nel saggio di Marco Cattaneo e Giovanni Zibordi “Soluzione per L’euro. 200 Miliardi per rimettere in moto l’economia Italiana”, Hoepli, 2014

[5] Vedi sul blog di Paul Krugman “Remembrance of Forecasts Past” 5 febbraio 2016

[6] Vedi di Enrico Grazzini su Micromega on line “Nazionalizzare subito il Monte dei Paschi di Siena”

[7] Vedi di Enrico Grazzini su Micromega on line “La Cassa Depositi e Prestiti nel mirino di Renzi: ma CDP potrebbe emettere titoli-moneta per risollevare l’economia malata

[8] Vedi Enrico Grazzini, “Manifesto per la democrazia economica”, Castelvecchi Editore, 2014.

(temi.repubblica.it/micromega-online, 28.06.2016)

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