Più democrazia in banca con la partecipazione dei lavoratori.

La nostra confederazione sta mettendo a punto una proposta di legge di iniziativa popolare sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, un disegno articolato, non prescrittivo, che punta a raggiungere l’obiettivo senza imporre soluzioni calate dall’alto.

È un’iniziativa che trae ispirazione dal Dna storico del sindacato fondato da Giulio Pastore, che fin dagli anni ’50 del secolo scorso, con la proposta sul risparmio contrattuale, si è distinto per la ricerca di una via alternativa al conflitto tra capitale e lavoro. First Cisl si riconosce pienamente in questa impostazione culturale e mette la partecipazione al centro della sua politica sindacale.

Per chi volesse cercarne conferma non c’è che da riandare con la memoria ad un anno fa, al Congresso nazionale di First Cisl, intitolato significativamente “La partecipazione genera valore”.

Partecipazione sì, ma per che cosa? E per quale valore? La risposta a queste due domande si trova nella nostra Carta Costituzionale: “Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”, è scritto nell’articolo 46.

Declinare questi principi nel settore bancario, oggi, significa essenzialmente battersi per riportarne alla luce la funzione sociale, finita in ombra negli ultimi anni. E non v’è dubbio che il modo migliore per farlo sia proprio quello di battersi per l’affermazione di un nuovo modello partecipativo.

L’adozione di una legge che favorisca la partecipazione rappresenta senz’altro un passo fondamentale lungo questo cammino, soprattutto perché lo strumento sul quale la Cisl intende puntare è la contrattazione, leva fondamentale per stimolare il coinvolgimento dei lavoratori sotto tutti i profili: organizzativo, gestionale, economico-finanziario, consultivo.

First Cisl ha proposto di indirizzare una piccola parte della retribuzione annuale dei lavoratori all’acquisto di azioni, per poi raccogliere queste ultime in un voting trust, titolato ad esprimersi negli organi sociali, a seconda del modello di governance adottato dalle imprese. In questo modo si evita il problema del frazionamento del diritto di voto, dando realmente voce e peso alla partecipazione azionaria di tutti i lavoratori e rappresentando in modo unitario e collettivo il soggetto lavoro. Le risorse del trust non sarebbero gestite direttamente dai sindacati, ma da un trustee, un gestore esterno, rigidamente vincolato a un mandato condiviso tra le parti sociali.

Come si vede, si incrociano qui le due forme di partecipazione di maggior successo a livello europeo, quella decisionale, tipica del modello tedesco, e quella finanziaria, diffusa in Francia.

Il recupero della funzione sociale delle banche passa anche attraverso una profonda revisione delle politiche salariali. Negli ultimi anni la forbice tra le retribuzioni dei lavoratori e quelle dei top manager ha continuato ad allargarsi. Una prassi che alcune banche, incoraggiate dalla straordinaria crescita degli utili nell’ultimo anno, sembrano intenzionate addirittura a rafforzare. “Va detto con chiarezza che First Cisl – afferma il segretario generale Riccardo Colombani – non intende tacere di fronte all’aumento delle disuguaglianze. Un discorso che vale anche per gli azionisti: non è accettabile che si distribuiscano miliardi di euro in dividendi e buy back senza aumenti significativi dei salari”.

Per raggiungere quest’ultimo obiettivo il contratto nazionale riveste chiaramente un ruolo centrale, ma è determinante anche l’apporto della contrattazione aziendale, da cui dipende la redistribuzione dell’alta produttività del lavoro.

 

Lo speciale del Sole 24 Ore

L’ambizione di First Cisl resta, coerentemente con i suoi valori di riferimento, quella di garantire e promuovere la centralità della persona nel mondo del lavoro, anche in una fase di profonda trasformazione come l’attuale, dettata dalla digitalizzazione e dalla transizione ecologica. Si tratta di cambiamenti che incidono in profondità sugli assetti aziendali e sull’organizzazione del lavoro, come dimostra il dibattito che si è sviluppato sullo smart working e sulla settimana corta. Compito del sindacato non è demonizzare l’innovazione, ma accompagnare i processi valorizzando la professionalità dei lavoratori. La categoria dei bancari aveva già previsto, fin dal 1999, attraverso il contratto nazionale, la possibilità di ricorrere alla settimana corta. Sarebbe tuttavia un errore stravolgere l’organizzazione del lavoro senza condivisione tra le parti sociali. Il rischio, in questo caso, è che lo smart working sia visto solo come uno strumento per ridurre i costi operativi e non come un elemento di una nuova cultura d’impresa fondata proprio sulla centralità della persona.

La transizione ecologica è l’altra grande sfida del nostro tempo. Lo sforzo cui è chiamato il sistema produttivo per allinearsi agli obiettivi stabiliti a livello europeo e globale è enorme ed è improbabile che la leva degli investimenti pubblici si riveli di per sé sufficiente. All’economia italiana serve uno shock da “investimenti verdi”, che può essere perseguito solo attivando il risparmio privato. Garanzia del capitale e incentivi fiscali possono rappresentare la miscela giusta, in grado, se inserita in un disegno di ampio respiro, di convincere anche i più riluttanti.

Di qui la l’idea avanzata da First Cisl, insieme alla Cisl, di costituire un Fondo nazionale di investimento nell’economia reale alimentato dal risparmio degli italiani. La proposta è illustrata nel paper della Fondazione Fiba “Il ruolo della finanza nella transizione verde italiana una proposta per il coinvolgimento del risparmio privato” ed è stata presentata dal segretario generale di First Cisl Riccardo Colombani e dal segretario generale della Cisl Luigi Sbarra in un articolo pubblicato nello scorso dicembre dal Sole 24 Ore.

È decisiva, per rendere attrattivo il Finer, la definizione di una garanzia statale integrale sul capitale investito, fissando un ammontare massimo (per evitare speculazioni) ad una certa scadenza, ferma restando la possibilità di realizzare plusvalenze. Il risparmio raccolto dovrebbe essere vincolato per un congruo periodo di tempo (lock up 3-5 anni). Andrebbe poi prevista la creazione di un mercato secondario per consentire la liquidabilità delle quote. A gestire il Finer sarebbe Cassa Depositi e Prestiti, con forme di partenariato incentivato con banche e assicurazioni aderenti al progetto.

Sui conti correnti bancari e postali sono depositati circa 1.200 miliardi di euro. La ricchezza finanziaria delle famiglie italiane ammonta a oltre 5mila e 200 miliardi. L’afflusso verso l’economia reale di una somma compresa tra 70 e 100 miliardi di euro, pari quindi all’1,5-2% del totale, aprirebbe la possibilità di una profonda trasformazione ecologica del nostro sistema produttivo per raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica, in coerenza con i target del Pnrr.

Le risorse del Fondo affluirebbero nel capitale di rischio delle imprese, con particolare riferimento alle Pmi, per gestire il rischio di transizione e al contempo si potrebbe promuovere la creazione di start-up pienamente sostenibili nelle aree più svantaggiate del Paese, come le regioni del Sud. Pertanto i risparmiatori, oltre ai possibili ritorni economici correlati alle evoluzioni d’impresa, sarebbero protagonisti di un’operazione sistemica di solidarietà a beneficio delle persone che verrebbero occupate. Insomma, un esempio di finanza al servizio dello sviluppo e della persona.

Educazione finanziaria, perché è necessario puntare su un nuovo modello di consulenza
Un tempo la finanza era affare di pochi: banchieri, imprenditori, governanti. La sua influenza sulla vita quotidiana era sì grande, ma indiretta, filtrata da decisioni prese dall’alto. Nelle società occidentali il cittadino comune fondava la sua vita su alcuni pilastri reputati inscalfibili: previdenza, sanità, assistenza contro malattie e infortuni. Con la fine della Golden Age, l’età dell’oro del Welfare State, a metà degli anni ’70, le cose sono cambiate. E siamo stati chiamati a scegliere. A scegliere in prima persona: come integrare pensioni divenute più magre? Come tutelarsi dai tagli alla sanità pubblica? Nel volgere di pochi anni l’uomo comune è stato sbalzato da Main Street a Wall Street ed ha dovuto imparare a difendersi.

Ecco perché l’educazione finanziaria si è guadagnata un ruolo centrale. Non in Italia però: su 26 Paesi esaminati, l’Ocse ci mette al 25esimo posto. Significa che c’è ancora molta strada da fare, anche se negli ultimi anni qualcosa è cambiato. L’esigenza di dotare di basi più solide i cittadini è divenuta pressante dopo le crisi bancarie, che ne hanno reso evidente la scarsa consapevolezza circa le scelte di investimento.

È esattamente per questa ragione che First Cisl ne ha fatto uno dei temi caratterizzanti della sua politica sindacale. Per un soggetto di trasformazione sociale come il sindacato si tratta di un preciso dovere, cui corrisponde da parte dei cittadini un diritto.

First Cisl partecipa ogni anno al Mese dell’Educazione Finanziaria con iniziative sia a livello nazionale che locale. Nel 2022 ha contribuito, insieme alla Fondazione Fiba, alla pubblicazione del volume “L’educazione finanziaria in un’Italia in mutamento”, curato da Emanuela E. Rinaldi, professoressa associata dell’Università Bicocca di Milano e responsabile scientifico dell’Osservatorio nazionale di Educazione economico finanziaria. Il libro contiene una ricerca qualitativa condotta su un campione di dipendenti bancari e consumatori attorno al tema della responsabilità sociale del sistema finanziario circa le competenze finanziarie dei risparmiatori.

È evidente infatti che se l’educazione finanziaria è un diritto questo diritto va reso esigibile. Le attività di formazione nelle scuole, nelle quali First Cisl è impegnata, sono importanti per il futuro, ma non possono incidere sul presente. Ed è nel presente che operano i risparmiatori. Per questo l’educazione finanziaria deve coinvolgere gli intermediari finanziari per divenire una manifestazione rilevante della loro responsabilità sociale.

Perché ciò avvenga è necessario in primo luogo cambiare il modello di consulenza finanziaria. Quello oggi dominante, essendo su base non indipendente, ha di fatto vanificato la Raccomandazione rivolta dall’Ocse agli intermediari di prestare alla clientela “consigli obiettivi”. La consulenza si svolge invece su un numero limitato di prodotti finanziari, sui quali non di rado alle banche vengono riconosciuti degli incentivi dai partner commerciali. Bisogna quindi passare ad un modello di consulenza alternativo, in grado di perseguire il migliore interesse del risparmiatore, come prevede la Mifid II. Va remunerato il servizio, non la vendita dei prodotti, riconoscendo incentivi economici agli intermediari che escono dal conflitto di interesse con le fabbriche prodotto. In questo modo si raggiunge un duplice obiettivo: tutelare sia i risparmiatori che i lavoratori delle banche dalle pressioni commerciali.

Desertificazione bancaria, 4 comuni su 10 senza sportello. Un Osservatorio per essere sempre informati
In Italia c’è un’area vasta quanto i territori di Lombardia, Veneto e Piemonte messi assieme totalmente sprovvista di sportelli bancari. Per milioni di nostri concittadini – si pensi agli anziani – significa dover sopportare pesanti disagi per accedere a servizi necessari alla loro vita quotidiana. E negli ultimi anni il problema si è perfino aggravato.

Per questo First Cisl ha deciso di lanciare un Osservatorio sulla desertificazione bancaria che elabora trimestralmente i dati di Bankitalia, Istat ed Eurostat e riporta gli studi e le analisi del Comitato scientifico della Fondazione Fiba. Tutto il materiale è consultabile in un’apposita sezione del sito di First Cisl (www.firstcisl.it). In questo modo è possibile seguire l’evoluzione di un fenomeno che, da tempo, presenta i tratti dell’allarme sociale.

Non sono infatti solo le persone a subire le conseguenze dell’abbandono dei territori da parte delle banche. Anche per molte piccole imprese la chiusura delle filiali rappresenta un problema rilevante. Un problema che si riassume semplicemente con due parole: meno credito. La finalità dell’Osservatorio è quindi quella di sensibilizzare l’opinione pubblica e la classe politica sulle conseguenze che la desertificazione bancaria comporta per lo sviluppo del Paese e la tenuta del suo tessuto sociale.

Dal 2015 al 2021 sono stati chiusi oltre 8.500 sportelli. Un trend confermato nel 2022: altre 554 filiali sparite. Ormai gli italiani che non hanno accesso ai servi bancari nel loro comune di residenza sono oltre 4 milioni, quasi 250mila in più rispetto ad un anno fa. Numeri destinati a crescere: circa di 6 milioni di italiani, residenti in comuni nei quali è rimasto un solo sportello, rischiano di trovarsi a breve nella stessa condizione. Cala anche il rapporto tra popolazione e numero di sportelli (da 36,5 a 35,5 ogni 100mila abitanti).

La fuga delle banche dai territori non investe solo i centri di piccole dimensioni: tra i comuni completamente desertificati 9 hanno più di 10mila abitanti, mentre tra quelli con un solo sportello 12 sono al di sopra dei 15mila abitanti.

Confrontando i numeri con quelli di un anno fa emerge inoltre che il fenomeno non avanza in modo omogeneo tra le diverse aree del Paese. Nel 2022 le regioni più colpite sono state Lombardia (- 3,6%), Lazio (- 3,5%), Toscana (- 3,4%), Marche (- 3,4%), Friuli Venezia Giulia (- 3%). Nel complesso, a livello nazionale, la perdita di sportelli è stata del 2,6%. Le banche stanno di fatto sparendo da intere regioni: in Molise i comuni privi di sportello sono ormai l’82%, in Calabria il 71%. In Piemonte, Valle D’Aosta, Liguria, Abruzzo e Campania il dato è superiore al 50%. La media nazionale è del 39,9%.

La causa principale della desertificazione bancaria, cui si associa il calo dell’occupazione nel settore, è la concentrazione del sistema bancario. Negli ultimi anni le fusioni hanno portato le prime cinque banche del Paese a controllare oltre il 50% del mercato domestico. La digitalizzazione, spesso addotta dalle banche italiane come giustificazione per i tagli, ha avuto invece un effetto marginale. La verità è che, se si guarda al quadro europeo, non vi è evidenza empirica di un rapporto di causa – effetto tra crescita dell’impiego dei servizi digitali e debancarizzaione. La Francia, ad esempio, ha frenato la concentrazione e mantenuto la presenza delle banche sui territori, nonostante l’utilizzo dell’internet banking sia ben più diffuso che in Italia e le competenze digitali dei suoi cittadini risultino decisamente superiori.

(First Cisl)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *