Democratizzare l’impresa per democratizzare la politica

È noto a tutti che i recenti risultati elettorali testimoniano una crescita dell’estrema destra in Europa, accompagnata spesso dall’emergere di altre forze di cui l’identità politica è più ambigua.

È ormai comune l’affrontare questo fenomeno nei termini di uno scontro tra forze repubblicane e populiste.

Tuttavia, questo approccio risulta riduttivo poiché ignora il fatto che i cambiamenti politici in atto, presenti ormai da decenni, sono indissociabili dalle mutazioni dell’organizzazione socio-economica delle nazioni, e più particolarmente dalle trasformazioni del mondo del lavoro, i cui legami con le crisi politiche sono attualmente studiati da Axel Honneth, che propone di riconciliare il lavoratore e il cittadino[1].

La questione di “opporsi all’estrema destra” è attualmente presentata come una crisi elettorale immediata che si manifesta nelle urne, ma in realtà si tratta di una sfida più fondamentale: “ricostruire la società” ristabilendo la condizione di cittadino anche nel mondo del lavoro. Un’indagine compiuta in Francia dall’Ires (Institut des recherches economiques et sociales) conferma che le cattive condizioni di lavoro, il senso di insicurezza socio-economica e l’impossibilità di esprimersi nell’ambito dell’attività lavorativa sono fattori che favoriscono il voto per il Rassemblement National (RN). Questa stessa inchiesta rileva, invece, che i valori presenti nelle organizzazioni democratiche dell’economia sociale e solidale (Ess) costituiscono un antidoto[2].

Oltre all’apparizione di nuovi partiti o all’ascesa delle forze della destra classica, l’Europa è soprattutto attraversata da una crisi di rappresentanza che colpisce sia i parlamenti nazionali – dove i partiti tradizionali e i meccanismi elettorali sono rimessi in discussione – sia il mondo imprenditoriale e dunque le imprese. All’interno di queste ultime, dall’introduzione del taylorismo e del fordismo, tra l’inizio e la metà del XX secolo, il modello di gestione verticale soddisfa le aspettative di un numero sempre minore di dipendenti, riguardo posti di lavoro, condizioni lavorative soddisfacenti e salari dignitosi. Inoltre, l’introduzione di una cultura manageriale basata sulla valutazione del mero rendimento non ha avuto come corollario il riconoscimento del valore e del contributo di ciascuno. Nel nuovo panorama economico dominano esclusione e isolamento.

La precarizzazione dell’impiego, le incertezze sul futuro del potere d’acquisto e delle pensioni, l’impatto di limitazioni ecologiche di cui poco si conosce sulle scelte di produzione, e l’ascesa di una gig economy destabilizzano sempre di più parti consistenti delle popolazioni nazionali. Fino ad ora gli individui esprimono le proprie paure, speranze e necessità di riconoscimento di sé principalmente nelle urne o nelle manifestazioni pubbliche in qualità di cittadini, ma molto raramente all’interno delle aziende, se non attraverso scioperi occasionali.

Le democrazie faticano a canalizzare il malcontento sociale perché hanno trascurato il contesto di espressione politica che in realtà avrebbe maggiore rilevanza: quello delle imprese, governate dalle priorità del capitale ma il cui lavoro resta di natura sociale. In altre parole, se la democrazia è in crisi, si tratta anche di una crisi dell’impresa, che ha usufruito solo in dosi omeopatiche di meccanismi di reale partecipazione e rappresentanza del lavoro, mentre il ruolo dei contro-poteri, in particolare dei sindacati, viene progressivamente indebolito.

La Francia è nota per il suo ritardo rispetto ad altri Stati europei. Mentre il governo francese abbandonava il progetto promosso dal rapporto Sudreau del 1975 sulla riforma dell’impresa, nei Paesi Bassi nel 1971, in Norvegia nel 1972, in Danimarca e in Svezia nel 1973, in Lussemburgo nel 1974, in Portogallo nel 1976 e in Irlanda nel 1977 venivano adottate, sebbene in misura limitata, delle leggi di democratizzazione delle aziende. Queste leggi si sono ispirate, in varia misura, al regime di “codeterminazione” implementato in Germania a partire dal dopoguerra[3].

Eppure, la Francia è stata pioniera nella codeterminazione, poiché la legge Briand del 1917 ha creato la società anonima a partecipazione operaia (Sapo). Questo modello originale di società attribuisce a tutti i dipendenti “azioni di lavoro” alle quali sono associati diritti di voto e di partecipazione ai profitti. Anche se l’esperienza della Sapo è oggi oggetto di rinnovato interesse e riscoperta, oggi esistono solo una decina di entità di questo tipo.

Nel dopoguerra, il movimento a favore di una democratizzazione dell’impresa è stato meno radicale, pur contribuendo alla creazione dei comitati aziendali e all’inserimento dei dipendenti nei consigli di amministrazione delle imprese nazionalizzate. Ora, tale movimento, benché abbia ritrovato slancio e ispirazione nei progetti “pan-capitalisti” del generale de Gaulle, non è mai riuscito tuttavia a riformare il regime di proprietà e di governance delle imprese private, a causa delle leggi del 1959 e del 1967 che introdussero solamente una partecipazione ai profitti. Allo stesso modo, né le leggi Auroux del 1982, né la legge sulla democratizzazione del servizio pubblico del 1983, hanno introdotto un differente e più incisivo modello di cogestione nel mondo del lavoro.

In definitiva, solo le società cooperative e partecipative (Scop), la cui forma giuridica è stata creata nel 1915 e rivista nel 1978 a seguito del rapporto Sudreau, costituiscono un positivo modello di democrazia economica in cui i lavoratori sono autentici cittadini nei loro luoghi di lavoro. In una Scop, i lavoratori detengono almeno il 51% del capitale sociale e il 65% dei diritti di voto. La loro governance è regolata secondo il principio “una persona = un voto” e i profitti sono ripartiti tra una quota aziendale (riserva), una quota capitale (dividendi) e una quota lavoro (partecipazione ai profitti). In media, il 70% dei lavoratori delle Scop sono anche soci dell’impresa. Nel 2023, si contavano 4495 Scop che rappresentavano un totale di 84.294 posti di lavoro e un fatturato globale di 9,4 miliardi di euro.

Nel 2024, la centralità del lavoro sembra essere stata riscoperta da tutti gli attori politici. Le sofferenze sociali vengono generalmente riconosciute, ma le proposte democratiche rimangono timide e incerte. Nel programma del Nuovo Fronte Popolare, si intendeva dare nuovi diritti ai lavoratori “riservando loro almeno un terzo dei seggi nei consigli di amministrazione e ampliando il loro diritto di intervento nell’azienda”.

Nei suoi articoli, Isabelle Ferreras[4], docente presso l’Université catholique de Louvain, propone di creare un bicameralismo all’interno delle società private, in modo da fondare la governance sull’accordo di due camere, una appartenente al capitale e l’altra al lavoro. Tuttavia, Ferreras ammette che questa opzione è, per sua natura, intermedia e transitoria, quando questa sorta di parlamentarizzazione dell’azienda non incide sulla proprietà del capitale.

Il governo di Michel Barnier comprende oggi un ministero incaricato dell’economia sociale e solidale, della partecipazione, che potrebbe operare di concerto con il ministero del Lavoro. Infatti, se lo stato non roseo delle finanze pubbliche venisse utilizzato per non soddisfare a breve termine una domanda sociale a favore della redistribuzione, sarebbe comunque opportuno mettere sul tavolo la problematica della partecipazione, che implica riconoscere ai cittadini lavoratori dei diritti all’interno delle aziende, associandoli alla gestione del capitale e alle scelte di investimento.

Se anche la maggiore partecipazione non significasse un aumento immediato dei salari, essa implicherebbe comunque il diritto di voto sulle scelte collettive, a livello di azienda, in particolare nei settori degli investimenti, della determinazione del volume dell’occupazione e delle retribuzioni. Ancora più importante, se combinata con meccanismi di azionariato dei dipendenti, questa forma di partecipazione aprirebbe una seconda via per la partecipazione economica oltre il salario, venendo a costituire un diritto di partecipazione alla ricchezza creata. La doppia critica che i lavoratori francesi rivolgono oggi al sistema delle aziende, secondo uno studio recente di Bona Fidé, è che esse non condividono né il potere né il valore[5].

Gli Stati Uniti hanno mostrato la via creando nel 1974 il dispositivo dell’employee stock ownership plan (Esop), rafforzato dall’introduzione, nel 1984 e nel 1985, di incentivi fiscali. Il modello americano ricorre a un trust, che acquisisce, per conto dei lavoratori, i titoli di proprietà di una società. Questo cambiamento di proprietà si basa sul trasferimento dei profitti realizzati dall’azienda, finanziato da prestiti fiscalmente vantaggiosi concessi al trust e non da investimenti diretti dei lavoratori. In altre parole, i lavoratori non devono investire nulla per acquisire un triplo diritto di partecipazione al capitale, ai profitti e alla governance. Nel 2021, questo modello copriva 10,7 milioni di lavoratori attivi[6].

Gli Esop sono oggi trasposti nel sistema giuridico e nella pratica di diversi paesi europei. Sono stati adattati nel 2014 in Gran Bretagna sotto forma di employee ownership trust (Eot) e sono seguiti con interesse dalla comunità scientifica, in particolare all’interno dell’università di Oxford. Sono sviluppati in Slovenia a partire da un modello cooperativo sostenuto dall’Istituto per la democrazia economica presieduto da David Ellerman. In questo contesto, la cooperativa è utilizzata come veicolo di azionariato dei dipendenti per gestire il capitale e l’elezione dei rappresentanti dei lavoratori si svolge secondo il principio “una persona = un voto”.

In Francia, il modello è allo studio all’interno dell’Ess. La Confederazione generale delle Scop e delle Scic auspica una sua sperimentazione attraverso una forma societaria denominata “Cooperativa legge 47”, che fungerebbe da holding come nel sistema americano. Questa entità avrebbe come unico oggetto sociale l’acquisizione dei titoli di proprietà e solo i dipendenti dell’impresa potrebbero esserne i soci. Questo modello ha attirato l’attenzione della delegazione ministeriale all’economia sociale e solidale, collegata a Bercy, che gli ha dedicato un articolo nel progetto di legge sull’Ess predisposto con gli attori in gioco, che attualmente è in attesa di essere messo all’ordine del giorno.

La democrazia è stata troppo a lungo assente nel campo economico, nonostante l’emergere di nuovi modelli di gestione e di organizzazione che sperimentano diverse forme di autonomia sul lavoro. L’indebolimento della cogestione tedesca, dei modelli o delle sperimentazioni di imprese democratizzate, non è dovuto tanto a un presunto rapporto di forza sfavorevole ai sindacati, quanto piuttosto all’assenza di diritti di proprietà sul capitale, sui quali dovrebbero basarsi tutti i meccanismi di partecipazione dei lavoratori nel settore privato. Senza questi diritti di proprietà sul capitale, i lavoratori non possono ritenere soddisfacenti ed esaustive altre forme di partecipazione.

La prospettiva strategica proposta da un nuovo approccio all’impresa basato sulla co-proprietà dei lavoratori, non è quella di “socializzare i mezzi di produzione”, né di nazionalizzare le imprese, come è stato fatto a carico delle finanze pubbliche. Lungi dal costituire un’espropriazione di qualsivoglia natura ideologica, essa si fonda sul riconoscimento e sul recupero della natura stessa della democrazia ispirata ai principi repubblicani che, in Francia come in America, ha legato i diritti politici al diritto di proprietà, non riducendolo al patrimonio individuale ma estendendolo alla proprietà del capitale delle società. Si tratta di associare i cittadini, in altre parole, tanto al futuro della società politica, quanto a quello delle società private all’interno delle quali essi lavorano.

Questa associazione non può che essere progressiva. È possibile nel momento in cui il futuro delle piccole e medie imprese viene minacciato dall’invecchiamento dei loro proprietari e fondatori. È possibile anche in un contesto in cui il futuro degli investimenti dovesse richiedere la mobilitazione del risparmio dei cittadini, così che questi vengano associati alla governance dei fondi finanziari. È necessaria affinché la nazione si proietti verso una maggiore e più completa democrazia, “un plebiscito di tutti i giorni”, secondo i termini di Ernest Renan, in un sistema che fondi la sua coesione su elezioni organizzate tanto all’interno del suo sistema politico quanto, attraverso una riforma dei modelli di governance, all’interno del suo sistema economico.

Nel XIX secolo, i sindacalisti americani auspicavano una “Repubblica industriale”, riferendosi alle ambizioni dei padri fondatori ed in particolare a Thomas Jefferson. Oggi, in Francia, le condizioni per sperimentare una “Repubblica del lavoro” sembrano potersi rifondare. Questa democrazia economica trasformerebbe i lavoratori dipendenti in cittadini che partecipano a ogni decisione della democrazia politica. Una democrazia capace di offrire un approccio inclusivo allo sviluppo socio economico, anche in linea con le sfide ambientali del nuovo millennio. Poiché quando i lavoratori e i loro rappresentanti fanno parte di tutti gli organi decisionali, anche l’impresa diventa più responsabile verso la comunità nel suo insieme.

L’articolo è stato originariamente pubblicato in francese il 21 ottobre 2024 dalla Fondation Jean Jaurès di Parigi. In francese sono quindi anche le note bibliografiche, così lasciate per ragioni di uniformità perché non tutti i testi citati sono tradotti anche in italiano.

[1] Axel Honneth, Le souverain laborieux. Une théorie normative du travail, Paris, Gallimard, 2024.

[2] Thomas Coutrot, Le bras long du travail. Conditions de travail et comportements électoraux, IRES, février2024.

[3] Nicolas Aubert, Xavier Hollandts, La réforme de l’entreprise : un modèle français de codétermination, Aix-en-Provence, Presses universitaires d’Aix-Marseille, 2022

[4] Isabelle Ferreras, Gouverner le capitalisme? Pour le bicaméralisme économique, Paris, Puf, 2012.

[5] Institut Bona Fide, Partage de la valeur, démocratie, RSE, settembre 2024.

[6] “Employee ownership by numbers”, National Center for Employee Ownership, 2024.

(MicroMega)

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