Una legge inutile che non servirà ai lavoratori.

Sebbene abbia il merito di rilanciare il tema della democrazia economica, tutt’altro che irrilevante, la proposta di legge all’esame della camera sulla partecipazione dei lavoratori alla governance delle imprese ha forti limiti.

Attingendo dall’articolo 46 della Costituzione, che riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende nei limiti e modi definiti dalle leggi, la proposta prova a regolamentare quattro tipologie di partecipazione: gestionale, economica, organizzativa e consultiva. Per ciascuno di questi ambiti vengono introdotte forme di partecipazione dei lavoratori: rappresentanti nei consigli di amministrazione o di sorveglianza, strumenti di partecipazione al capitale di rischio, commissioni paritetiche con funzioni propositive in ambito produttivo, forme di consultazione delle rappresentanze sindacali.

Il primo forte limite riguarda l’assenza di un esplicito riferimento a modalità di partecipazione sostanziale. In altri ordinamenti, come quello tedesco al quale la misura avrebbe potuto in parte ispirarsi, il coinvolgimento dei lavoratori va ben oltre uno schema puramente consultivo, prevedendo forme esplicite di cogestione in base alle quali i lavoratori possono porre il veto su alcune importanti decisioni aziendali. Questo è il caso, ad esempio, di decisioni che riguardano uno dei temi cruciali delle trasformazioni in atto sul lato produttivo, come l’introduzione di tecnologie particolarmente intrusive della privacy individuale (ad esempio monitoraggio digitale). In assenza di sostanziali diritti di cogestione, le rappresentanze dei lavoratori rimangono prive di un vero potere decisionale, e i meccanismi di partecipazione gestionale e organizzativa, svuotati di efficacia, si riducono a forme di coinvolgimento meramente formale.

Un secondo aspetto critico riguarda la non obbligatorietà di molte delle disposizioni previste. Alle imprese è riconosciuta la «possibilità» di introdurre nuove forme di partecipazione. Non è introdotto, però, alcun esplicito obbligo. È evidente che un simile disegno non potrà che portare a meccanismi di autoselezione. I dispositivi di rappresentanza saranno adottati più probabilmente proprio nelle imprese per le quali risulteranno essere meno efficaci, vale a dire quelle con una forza lavoro più accondiscendente. Questo rischia di alimentare la subalternità dei lavoratori, invece di riequilibrare i rapporti tra capitale e lavoro, che è ciò che ci si dovrebbe aspettare da una legge sulla cogestione.

Un terzo limite della norma riguarda poi la partecipazione economica. È prevista la possibilità di introdurre piani di partecipazione finanziaria dei lavoratori dipendenti (si parla di azioni, diritti di opzione e altri strumenti finanziari), anche in sostituzione dei premi di risultato. Questo è davvero pericoloso. Perché se i premi di risultato consentono di distribuire ai lavoratori quanto consegue agli incrementi di produttività, quando e solo quando tali incrementi si siano realizzati, altri strumenti finanziari di partecipazione al capitale possono implicare un trasferimento ai lavoratori di eventuali risultati negativi. Con la conseguenza gravissima che, in caso di crisi aziendale, svalutato il valore delle azioni già distribuite, i lavoratori perderanno insieme il posto di lavoro e parte del proprio patrimonio.

Inoltre, come un’estesa letteratura scientifica dimostra, gli strumenti di partecipazione finanziaria funzionano come meccanismi incentivanti e di stimolo alla produttività solo se accompagnati da efficaci strumenti di partecipazione gestionale. Questa proposta di legge, invece, tiene le due sfere separate e non introduce nessun meccanismo che associ alla partecipazione finanziaria necessari e automatici dispositivi di controllo in capo ai lavoratori. Non si stabilisce, ad esempio, che la partecipazione finanziaria possa essere prevista solo nelle imprese che introducano anche strutture di partecipazione gestionale.

Ma questa proposta di legge è problematica soprattutto perché rischia di rappresentare il punto di arrivo di una discussione di ben diversa portata che meriterebbe tutt’altro percorso. Ci sarebbe molto da dire e da fare sul tema della rappresentanza e della contrattazione, anche prevedendo strumenti istituzionali di partecipazione al governo dell’impresa. La proposta di cui si discute si limita a sfiorare la questione, perché di fatto nulla cambi.

***Gli autori sono economisti dell’Università di Siena (Belloc) e dell’Università di Parma (Landini)

(il manifesto)

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