Certificazione delle competenze: spunti per una ricerca e per l’innovazione dell’azione sindacale

L’importanza dellaconoscenza” nell’attuale contesto socio-economico e produttivo è stata sottolineata, già da diversi anni, da una vasta letteratura non solo di discipline economiche ma anche sociali. Al riguardo, è interessante rilevare che tale tema ha rappresentato, rappresenta e rappresenterà sempre di più in futuro un terreno fertile per la condivisione di fini e (auspicabilmente) contenuti e soluzioni da parte di tutti gli attori coinvolti, in primis imprese e sindacati.

Diversi sindacalisti hanno da tempo posto la loro attenzione sul ruolo che la conoscenza può giocare nella c.d. società post-moderna. Tra gli altri interventi, sembra doveroso richiamare alla memoria – anche in ragione della ricorrenza della data – la bellissima lectio doctoralisIl lavoro e la conoscenza” che Bruno Trentin tenne il 12 settembre 2002 (esattamente 14 anni fa), in occasione del conferimento della laurea honoris causa da parte della Università Ca’ FoscariIn quell’intenso e commosso intervento, Trentin individuava, con grande e lucida analisi critica, una delle più grandi sfide che il XXI secolo è chiamato ad affrontare: il tentativo di far diventare il lavorosempre più conoscenza e quindi capacità di scelta e, quindi, creatività e libertà”. Pur consapevole dei rischi e pericoli delle trasformazioni in atto, l’ex segretario generale della CGIL riteneva che quella della conoscenza fosse la strada per sconfiggere vecchie e nuove disuguaglianze nonché la miseria nelle sue varie forme.

Trentin arrivava a tale conclusione partendo dalla constatazione empirica che è in corso un processo di graduale ed ineluttabile tramonto del concetto di “lavoro astratto”, senza qualità (di marxiana memoria). In altri termini, oggi si avrebbe a che fare con un lavoro concreto, pensato, in cui la persona che lavora diventa il punto di riferimento di una nuova organizzazione del lavoro.

Sicché il lavoro concreto, con i suoi spazi di autonomia e di creatività e con la sua incessante capacità di apprendere, diventerebbe così, nelle imprese tecnologicamente avanzate, anche il metro di misura della propria competitività. In particolare, Trentin, pur non negando l’esistenza di una crescente esigenza di flessibilità da parte del mondo produttivo, sottolineava, da un lato, le potenzialità connesse ad essa (il processo di socializzazione delle conoscenze e il continuo arricchimento delle competenze dei lavoratori), dall’altro, i rischi (la creazione di un secondo mercato del lavoro composto dai c.d. poor works, ossia da forme di occupazione precaria a cui corrisponderebbe una regressione delle competenze dei lavoratori coinvolti).

In quell’occasione, il sindacalista della CGIL osservava altresì come la diffusa attenzione nei confronti del tema della flessibilità da parte di una certa letteratura abbia contribuito a consolidare le resistenze nei confronti del lavoro che cambia ed a “nascondere” la fondamentale questione che emerge nell’era delle trasformazioni tecnologiche: quella della socializzazione della conoscenza quale fattore diretto ad impedire l’acuirsi della divisione fra chi è incluso in un processo di apprendimento continuo e chi, invece, ne è escluso. Trentin proponeva, così, di riflettere sui contenuti di un nuovo contratto sociale, di un nuovo statuto di base per tutte le forme di lavoro (subordinato, eterodiretto o autonomo).

Ciò in quanto il vecchio contratto sociale, come costruito dal Codice Civile (scambio equo tra un salario ed una quantità – tempo – di lavoro astratto, senza qualità, fondato su due presupposti non formalmente parte del patto: la disponibilità passiva della persona che lavora e la durata indeterminata del rapporto di lavoro), sembra ormai superato per un numero sempre più crescente di lavoratori. Ed infatti, secondo Trentin, il tempo sembra sempre meno la misura del salario.

E proprio questa circostanza rappresenterebbe la fine del lavoro astratto giacché la qualità e l’autonomia del lavoro (capacità di selezionare le informazioni e, quindi, di decidere) assumerebbero una rilevanza sempre più consistente e, pertanto, anche i lavoratori esecutivi acquisirebbero la responsabilità del risultato, non più limitandosi alla mera messa a disposizione delle proprie energie psico-fisiche per otto ore al giorno. Per l’ex segretario generale della CGIL, il nuovo scambio dovrebbe essere, dunque, tra un salario correlato ad un’occupazione flessibile e l’acquisizione da parte della persona del lavoratore di una condizione di impiegabilità (c.d. occupabilità) sostanziata da un investimento dell’impresa, del lavoratore e della collettività in formazione permanente e politiche di riqualificazione, capaci di garantire, invece che un posto fisso, in prima battuta un’occasione di mobilità professionale all’interno dell’impresa e, in ogni caso, una nuova sicurezza che accompagni il lavoratore nelle transizioni occupazionali e, più in generale, nel mercato del lavoro. Ciò posto, secondo Trentin occorre trovare il modo e gli strumenti per riconoscere alla persona concreta, che diventa soggetto responsabile, e quindi attivo, del rapporto di lavoro, tale nuova sicurezza, in particolare un “diritto allo sguardo, cioè all’informazione, alla consultazione e al controllo sull’oggetto del lavoro (il prodotto, l’organizzazione del lavoro, il tempo di lavoro, il tempo di formazione e il tempo disponibile per la vita privata)”.

In conclusione, Trentin, da attento osservatore anche della dimensione sovranazionale delle problematiche attuali, ricordava come l’Unione Europea si sia posta, da tempo, l’obiettivo di costruire una società della conoscenza e di un nuovo rapporto tra lavoro e conoscenza. Obiettivo, questo, che non poteva e non può, tuttora, essere ridotto ad una mera “questione economica od organizzativa”, ma presupponeva e presuppone, ancora di più, oggi la necessità di avviare una vera e propria rivoluzione culturale in tutti i settori della società, compreso il sindacato. Del resto, proprio in ambito sindacale una opinione simile sembra, ancora oggi, diffusa.

Al riguardo, giova richiamare l’opinione di chi ha recentemente sostenuto la necessità di un cambiamento delle forme e dei contenuti dell’azione sindacale, a fronte dell’incessante sviluppo dell’economia della conoscenza, ma anche l’opportunità di predisporre una specifica strategia di innalzamento dei livelli delle competenze dei lavoratori al fine di contrastare le diseguaglianze e promuovere coesione sociale e crescita economica sostenibile (sul punto, cfr. F. Dacrema, Il riconoscimento delle competenze come strategia per valorizzare il lavoro, in M. G. Balducci, S. Marchi (a cura di), Certificazione delle competenze e apprendimento permanente. Una pluralità di discorsi, Carocci Editore, Roma, 2014).

Da questi spunti tratti da una parte del sindacalismo italiano più o meno recente, si trae lo stimolo e lo slancio per individuare e sperimentare soluzioni a nuovi e vecchi problemi quali l’esclusione sociale, le diseguaglianze, la crescita sostenibile ed il miglioramento del mercato del lavoro, l’apprendimento permanente e la condivisione della conoscenzaSoluzioni che non possono essere un “ritorno al passato” né, tantomeno, un cambiamento di gattopardiana memoria (“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”), ma che debbono cercare di interpretare e regolare la realtà attraverso nuovi strumenti che siano in concreto utili tanto per la tutela delle esigenze della persona che lavora o in cerca di un’occupazione quanto per il miglior funzionamento del mercato del lavoro.

Uno di questi strumenti può, senza dubbio, essere il riconoscimento e la certificazione delle competenze delle persone in tutti i contesti (educativi, formativi, lavorativi e non), a condizione che lo si prenda sul serio, gli si dia effettiva attuazione e lo si sperimenti sul campo, anche a costo di fronteggiare eventuali difficoltà operative e primi fallimenti che sempre accompagnano le grandi innovazioni (per una recente panoramica sullo stato dell’arte dell’istituto e sulle potenzialità dello stesso vedi Bollettino speciale ADAPT del 23 marzo 2016 “Il futuro della certificazione delle competenze”, in particolare L. Casano, M. Tiraboschi, Oltre i tecnicismi, verso un nuovo diritto del lavoro: il futuro della certificazione delle competenze; per l’analisi del d.lgs. n. 13/2013 vedi l’ebook ADAPT n. 6 del 2013 a cura di U. Buratti, L. Casano, L. Petruzzo).

Questo è il mio tema di ricerca. Ed è da questi spunti e suggestioni che sto muovendo i primi passi verso lo studio e l’approfondimento di un argomento ancora poco dibattuto che auspico possa trovare un maggiore riscontro anche nella prassi e nelle relazioni industriali.

(F. D’Addio, www.bollettinoadapt.it, 20.09.2016)

2 Commenti Certificazione delle competenze: spunti per una ricerca e per l’innovazione dell’azione sindacale

  1. amorazi

    Di là da un astratto interesse per la ricerca è dubbio che “lo studio e l’approfondimento di un argomento ancora poco dibattuto che auspico possa trovare un maggiore riscontro anche nella prassi e nelle relazioni industriali”, riesca effettivamente ad entrare in qualche accordo tra le parti sociali e, forse, è meglio così.

    Infatti, anche i formatori, pensavano, in passato, che la certificazione delle competenze (qualifiche) potesse essere utile a stemperare la strisciante conflittualità sul tema degli inquadramenti e aiutare le aziende ad organizzarsi più efficientemente, anche promuovendo la formazione (continua) dei lavoratori, ma sbagliavano, perché dal lato dei lavoratori la certificazione poteva rappresentare uno spunto facilmente rivendicativo, mentre dal lato datoriale poteva rappresentare uno spunto obbrobriosamente impositivo. E sbagliavano anche perché la nostra cultura, scolastica e formativa (più interessata all’insegnamento che all’apprendimento), non soltanto è incapace di certificare oggettivamente competenze ma, soprattutto, di assicurare che esse siano realmente applicabili, salvo il tempo minimo di attivazione sul campo.

    Oggi, poi, con le prospettive di cambiamento accelerato e continuato ha ancora meno senso una certificazione di competenze che arrivi quando già quelle competenze potrebbero essere divenute obsolete. A meno che non si realizzi una certificazione di componenti elementari di competenze, unita alla certificazione della capacità del soggetto di attualizzare le sue competenze rispetto alla evoluzione tecnologica riferibile a tali elementi.

    In conclusione: i datori di lavoro sono stati restii finora – e si può credere continueranno ad esserlo ancora – a dar adito a certificazioni delle competenze dei lavoratori che li vincolino nella loro organizzazione del lavoro e nello jus variandi; i sindacati, per quanto attratti dalla legalità di una certificazione vincolante, hanno finito per preferire, fino ad ora, che non ci fossero certificazioni per poter rivendicare di più e meglio, anche laddove le competenze fossero assenti; i certificatori di competenze mancano o non sono attendibili, salvo rarissimi casi.

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    1. Goffredo di Palma

      Grazie del contributo di pensiero.
      Anch’io nutro una generale diffidenza verso le certificazioni in genere, in particolare se riferite a “soft skills”, e soprattutto se necessarie per ottenere autorizzazioni.
      Altra cosa se questo sottintende una crescita delle conoscenze e delle abilità per esercitare un’attività, in questo caso quella sindacale, e la certificazione si traduce in attestati di frequenza a corsi, seminari e gruppi di lavoro che consentano l’aggiornamento permanente dei partecipanti.

      G. di Palma

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