Intervista a Mario Ricciardi

Ci parli di lei…

Insegno Relazioni industriali presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bologna. Sono stato coordinatore del corso di laurea magistrale in Politica, amministrazione e organizzazione dell’Unibo. Ho fatto parte per un decennio del comitato direttivo dell’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni.

A che punto siamo con la partecipazione dei lavoratori all’impresa in Italia?

Si tratta di un tema che ha subito per moltissimo tempo un ostracismo derivante in parte da ragioni ideologiche, in parte dalla scarsa propensione delle parti sociali a intrattenere rapporti collaborativi, ma anche dal sostanziale disinteresse della politica. Oggi sembra esservi una nuova attenzione, però più che altro teorica e scritta nei documenti. Di fatto, gli strumenti oggi esistenti e disponibili sono ancora in larga misura quelli contenuti nelle cosiddette “prime parti” dei contratti. Le esperienze che hanno cercato di allargare il campo dall’informazione verso varie forme di consultazione o gestione congiunta di aspetti rilevanti della vita aziendale vi sono bensì state, (si pensi ai “protocolli” degli anni 80 e 90) ma hanno avuto vita breve. Oggi non v’è dubbio che vi siano esperienze aziendali abbastanza significative in cui si sperimentano forme di partecipazione congiunta, ma ancora troppo circoscritte per parlare di una inversione di tendenza.

E’ possibile e auspicabile rafforzare la cultura della partecipazione in Italia?

Certamente è auspicabile. Il nostro è un paese nel quale le diseguaglianze e la frammentazione sociale sono allarmanti, ed è utile tutto ciò che può portare a una maggiore coesione. Più difficile è dire se sia possibile. La cultura della partecipazione non può derivare soltanto da una spinta ideale, ma ha bisogno, per diventare concreta, di un contesto nel quale siano innanzitutto garantiti per il maggior numero di lavoratori, i diritti fondamentali, senza i quali la partecipazione rischia di essere un concetto vuoto. Bisogna evitare che la partecipazione sia rinchiusa in “isole” privilegiate mentre tutto intorno c’è un mercato del lavoro destrutturato o peggio. E’ chiaro comunque che la maggiore conoscenza e la diffusione delle migliori esperienze, la conoscenza dei vantaggi che la partecipazione può portare sia alle imprese che ai lavoratori possono aiutare. A questo si può certamente aggiungere che iniziative di sostegno anche legislativo, sia pure non troppo invasive, alle pratiche partecipative gioverebbero certamente. Su questo si sono perse molte occasioni, penso ai disegni di legge presentati nelle passate legislature, e davvero è difficile immaginare cosa accadrà nella prossima legislatura.

Quale ruolo devono svolgere le organizzazioni sindacali e datoriali?

Probabilmente dovrebbero semplicemente uscire dal recinto delle parole e delle affermazioni di principio e cominciare a passare ai fatti. Non è facile, dopo tanti anni, e del resto in questi anni abbiamo visto succedersi fin troppi accordi-quadro sulle regole delle relazioni industriali e poche realizzazioni concrete. Si potrebbe, per esempio, cominciare con iniziative di monitoraggio, analisi e formazione congiunta sulla cosiddetta “partecipazione organizzativa”, che, per quanto se ne sa, è diffusa in molte imprese innovative, e potrebbe diventare un modello da estendere anche oltre gli ambiti in cui è finora presente.

Quali sono i primi passi per rafforzare una cultura della partecipazione?

Ci sono, come ho già detto, due aspetti dai quali partire. Uno è quello del consolidamento delle esperienze che già esistono, e della loro diffusione anche attraverso un’azione convinta delle associazioni di rappresentanza, delle istituzioni, del mondo della cultura che si occupa dei problemi del lavoro. L’altro è quello di un possibile intervento legislativo che rafforzi la trasparenza delle scelte aziendali , dia stabilità al sistema della rappresentanza e cominci a rendere significativamente più vantaggiose le pratiche partecipative.

 

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