Intervista ad Aldo Amoretti

Ci parli di lei…

Ho trascorso tutta la mia vita nel sindacato Cgil. Ho iniziato a lavorare in azienda a 17 anni e sono stato eletto delegato d’impresa. Segretario della Camera del Lavoro di Parma nel 1967 (a 23 anni); nell’ufficio organizzazione della Cgil nazionale dal 1972 al 1977 quando entro nella segreteria del tessili (Filtea) e ne divento Segretario generale nel 1986; dal 1991 Segretario generale della Filcams (commercio, turismo, servizi);  dal 1999 al 2002 Segretario generale della Cgil siciliana e poi Presidente del Patronato Inca dal 2002 al 2006.  Consigliere Cnel  dal  2006 al 2012. Dal luglio 2012 svolgo un’attività di volontariato come Presidente dell’Associazione Professione in Famiglia, a supporto delle famiglie che combattono con il problema della non autosufficienza. Sono da sempre un “migliorista” del PCI, credo nel miglioramento dall’interno del sistema capitalistico mediante l’attuazione di riforme socialdemocratiche.

A che punto siamo con la partecipazione dei lavoratori in Italia?

Si fa più discussione e si scrivono saggi, articoli, libri. Da ultimo il 28 febbraio si è scritto e firmato il Patto della Fabbrica tra Confindustria e Cgil Cisl Uil.  Le esperienze restano limitate specie quelle formalizzate in accordi. Permane tuttavia una rete non evidente di buone relazioni che derivano tuttora da una onesta applicazione  della prima parte dei contratti dove sopravvivono relazioni civili anche a livello territoriale. Si è assopita la smania di vedere sindacalisti nei Consigli di Amministrazione delle aziende che è stata un diversivo e non si è ancora messo ben in chiaro che partecipazione è esercizio di potere e che questo va insieme a responsabilità. Non c’è da convincere i lavoratori che sia un bene per tutti il successo e buon andamento dell’impresa..…anche se non c’è collegato un premio. Il punto è come entrare nel gioco a cominciare dall’essere informati  correttamente su andamento e programmi. Se c’è questa condizione puoi dare più valore alla possibile concretezza di processi nei quali “si mette becco” sia nelle scelte strategiche che nella organizzazione del lavoro.

Si parli pure delle incertezze, titubanze e scetticismi della Cgil. Ma che dire del mondo imprenditoriale e del management in generale? Ero tessile discutendo con un imprenditore del settore che mi dice “caro Amoretti, talune decisioni certi membri del Consiglio di Amministrazione le conoscono mezz’ora prima della riunione; le pare possibile che le racconti prima a voi?”. Del resto, anche per gli azionisti non si parla di “parco buoi”? Molti manager sono tutt’ora persuasi che il modo per funzionare con efficienza sia la combinazione di comando e obbedienza e che il sindacato sia un intralcio. E’ poi vero che i manager siano tutti fulmini di guerra capaci di decisioni  tempestive e infallibili?

Del resto si è speculari. Dove il sindacato si presenta con il coltello tra i denti l’azienda è campione di  prepotenza.  Invece dove le relazioni sono civili è grazie alla reciprocità di comportamenti positivi.

E’ possibile rafforzare la cultura della partecipazione in Italia?

La chiave è far emergere la nozione che conviene a tutti. Conviene ai lavoratori per quanto detto prima e all’impresa stessa. E non solo per la convenienza della pace sociale, ma perché una partecipazione consapevole dei lavoratori darà migliori risultati e minore necessità di strutture gerarchiche buone a trasmettere comandi, ma non sempre ad assumere responsabilità.

Ci sono in giro casi di formazione congiunta in collettivi di delegati sindacali e quadri aziendali. Se è vero che si dimostrano esperienze positive vanno fatte conoscere per estenderne la pratica.

Gli esempi positivi sono più efficaci delle prediche.

Quale ruolo devono svolgere le organizzazioni sindacali e datoriali?

Se i capi sono convinti si può aprire un capitolo nuovo. Ci sono congressi in vista che sono occasioni importanti. Perché non farne una vera e propria sfida politica alle organizzazioni imprenditoriali? Avrà un suo peso la situazione economica. E’ ben dura partecipare in aziende  che licenziano piuttosto che innovarsi e progredire. D’altra parte è inutile pretendere da Confindustria e altre organizzazioni una disciplina verso i loro associati a essere partecipativi. Se non sono persuasi che conviene non stanno al gioco. E ci sono settori dove le relazioni sono davvero pessime. Si consideri che la grande distribuzione commerciale (Federdistribuzione) è uscita da Confcommercio per non applicare il Contratto nazionale. Ma cosa vuoi partecipare!……

Cgil ha svolto un’ottima iniziativa seminariale il giorno 22 marzo proprio per ragionare di partecipazione anche alla luce del  Patto della Fabbrica (relatore Franco Martini). Ma il 30 marzo Rassegna sindacale ha intervistato Pierangelo Albini, il negoziatore della Confindustria, e… non una parola sul tema.

Un ragionamento si dovrebbe fare intorno ai settori del mondo del lavoro che restano di fatto fuori dalla discussione, ma che avrebbero motivi ben importanti per starne al centro. Parlo di cooperazione e pubblico impiego. Soprattutto nelle Cooperative di produzione e lavoro la teoria è l’autogoverno e si hanno esempi positivi, ma si può dire che le buone pratiche siano prevalenti? Non mi pare proprio.

Il mondo del lavoro pubblico  fatto anche di aziende importanti è di grandissima rilevanza. Possibile che la politica si dedichi a fare prediche al mondo del lavoro privato e non pensi a parlare di sé dando il buon esempio?

Quale potrebbe essere il prossimo passo in questa direzione?

In parte ho già detto. Ma penso occorra una sorta di linea dei ”cento fiori”. Sono scettico intorno all’idea che nelle piattaforme aziendali il tema debba avere il carattere della rivendicazione. Meglio che abbia il senso della proposta.

Molti fra i partecipanti alla discussione precisano che la partecipazione non annulla le ragioni del conflitto. E’ ben vero, ma non sarà plausibile sostenere che fra gli scopi si ha quello di ridurre i conflitti?

Una legislazione di sostegno può far bene, ma non potrà imporre nulla. Anche mescolare il  welfare aziendale a questo tema può solo fare confusione. Non c’è bisogno di “esche”, ma di argomentazioni solide e convincenti. Resta valida la tesi di Leck Walesa: “Non si può imporre la felicità con la violenza”. Ma era tutta un’altra storia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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