La crisi del movimento sindacale in Italia.

Intervista a cura di Andrea Rinaldi, pubblicata su Corriere Imprese, dorso dell’edizione bolognese del Corriere della Sera, l’11 aprile 2016

Professor Ichino il sindacato è in crisi?
Dal punto di vista della quantità delle adesioni, in Italia il sindacalismo confederale e quello cosiddetto autonomo sono assai meno in crisi di quanto lo sono i movimenti sindacali di molti altri Paesi occidentali, anche se si avvertono pure in Italia alcuni segni di marginale perdita di rappresentatività. C’è invece una crisi evidente sul piano, per così dire, funzionale: il sindacato pesa complessivamente molto meno di prima, sia nel sistema delle relazioni industriali, sia soprattutto sul piano politico generale.

Quali sono, secondo lei, le ragioni di questa perdita di peso?
Nel settore pubblico il ridimensionamento del ruolo del sindacato – gravemente sovradimensionato nei decenni passati – va di pari passo con l’impegno dei vertici politici per il recupero di efficienza delle amministrazioni e con la riappropriazione da parte della dirigenza delle proprie prerogative manageriali. Nel settore privato, quello che sta perdendo peso per ragioni sistemiche è il contratto collettivo nazionale; e questo porta immediatamente con sé una perdita di peso di sindacati che si sono strutturati prioritariamente in funzione della contrattazione centralizzata.

Quando è cominciata questa crisi?
A occhio e croce, con l’entrata dell’Italia nel sistema dell’euro. Certo, la crisi era già facilmente avvertibile nel primo decennio del nuovo secolo: è del 2005 il mio libro A che cosa serve il sindacato, che mi sembra dia conto con precisione del ritardo del nostro sistema delle relazioni industriali rispetto a linee di tendenza nitidamente avvertibili su scala europea. Un ritardo poi manifestatosi in modo clamoroso con lo strappo della vicenda Fiat del 2010-2011.

Perché il sindacato fatica a intercettare i giovani e così a innescare quel rinnovamento di cui ha tanto bisogno?
Perché i giovani hanno bisogno soprattutto di servizi di orientamento e di assistenza in un mercato del lavoro sempre più complesso e difficile; ma su questo terreno il sindacato italiano – tutto: anche quello confederale – è quasi completamente assente, occupandosi efficacemente, di fatto, soltanto dei lavoratori che un lavoro stabile lo hanno già trovato.

Però in Emilia-Romagna ci sono buoni esperimenti, buone collaborazioni; la crisi del sindacato qui non esiste, c’è molto dialogo con gli imprenditori…
Sì. L’Emilia e Romagna, come il Veneto, si caratterizza per la felice coniugazione di un tessuto produttivo e di un tessuto civile entrambi molto evoluti e permeati da un senso civico forte e diffuso: questo si riflette anche su di un sistema di relazioni industriali che produce con facilità accordo e fiducia tra le parti. Col risultato che la Cgil, egemone in Emilia e Romagna, finisce coll’assumere di fatto atteggiamenti e comportamenti sostanzialmente partecipativi in azienda, simili a quelli del sindacato egemone nel Veneto, che è la Cisl.

Questa della contrattazione aziendale è davvero la strada che il sindacato dovrebbe imboccare prioritariamente, o esso fa bene a spingere sul contratto nazionale?
Il contratto nazionale in Italia può svolgere la funzione di rete di sicurezza, di “disciplina di default”, che si applica nei casi in cui manca un contratto aziendale; possibilmente prevedendo schemi di collegamento tra retribuzione e produttività o redditività aziendale. Ma la contrattazione aziendale, quando a negoziare nell’impresa è un sindacato maggioritario, deve poter derogare e anche sostituire il contratto nazionale.

Secondo il paradigma inaugurato da Marchionne.
Sì: un paradigma che con le grandi multinazionali può funzionare molto meglio rispetto al modello della contrattazione collettiva col baricentro a Roma. E noi abbiamo una necessità assoluta di rendere il Paese più attrattivo per i grandi investitori stranieri.

(www.pietroichino.it, 11.04.2016)

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