Chi sarà proprietario delle macchine?

«È evidente che la ricchezza non è il bene che ricerchiamo; è solo un mezzo per qualcosa d’altro». Aristotele, che fondò una propria scuola, morì nel 322 a.C. a Calcide. Non dovette mai discutere con un algoritmo, pagare un abbonamento digitale o chiedersi se un programma avrebbe finito col fare il lavoro dei suoi discepoli. Formulò però una domanda che oggi forse conviene riprendere: perché vogliamo la ricchezza?

Non quanto possiamo produrre, né quanto può salire un’azione o crescere il Pil, ma a che cosa serve davvero quella ricchezza e che rapporto ha con una vita umana dignitosa.

La domanda ritorna con una certa urgenza perché siamo alle porte di una rivoluzione economica le cui dimensioni stiamo appena iniziando a comprendere. Gli algoritmi, i sistemi autonomi e i nuovi robot svolgono già compiti che fino a poco tempo fa esigevano un considerevole impiego di lavoro umano, e non è difficile immaginare che, nel giro di pochi anni, quella capacità si estenderà ad ambiti che oggi consideriamo ancora relativamente sicuri.

Conviene essere prudenti con le profezie. Ogni rivoluzione tecnologica ha prodotto una propria letteratura sulla fine del lavoro e, per il momento, continuiamo a lavorare. Il telaio meccanico non pose fine all’occupazione, e neppure il trattore o il personal computer e internet. Stavolta, tuttavia, c’è qualcosa che merita un’attenzione particolare: abbiamo iniziato ad automatizzare capacità cognitive che fino a pochi anni fa consideravamo territorio quasi esclusivo dell’essere umano.

Supponiamo per un momento che l’intelligenza artificiale e la robotica riescano a produrre più alimenti, progettare medicine migliori, prestare più servizi e fabbricare più beni con molta meno manodopera. Potrebbe essere una bellissima notizia, ma potrebbe anche creare un problema diverso da quello della scarsità. La questione smetterebbe di essere soltanto quanto riusciamo a produrre e diventerebbe chi è proprietario di ciò che produce la ricchezza.

Detto in altre parole: chi sarà proprietario delle macchine? La parola macchina può confonderci, perché non fa pensare soltanto a un robot industriale inserito in una catena di montaggio. Oggi la proprietà produttiva assume forme molto meno visibili: partecipazioni societarie, brevetti, algoritmi, centri dati, piattaforme digitali, informazione, capacità di calcolo e sistemi di intelligenza artificiale. Sono tutte risorse capaci di generare rendimenti crescenti, perché permettono di sostituire o moltiplicare il lavoro umano. Sotto la veste tecnologica si cela, pertanto, un dibattito piuttosto antico.

Quando Leone XIII pubblicò la Rerum novarum nel 1891 nessuno parlava di intelligenza artificiale. Si parlava di fabbriche. La Rivoluzione Industriale aveva prodotto enormi ricchezze e, al tempo stesso, società in cui una parte considerevole dei lavoratori possedeva poco più della propria capacità di lavorare. La risposta di Papa Pecci merita di essere riesaminata oggi, perché non coincide del tutto con le categorie politiche che siamo soliti utilizzare. Leone XIII rifiutò l’abolizione socialista della proprietà privata, ma non ritenne neppure auspicabile che la proprietà rimanesse di fatto concentrata nelle mani di pochi. Quando il salario consentiva di mantenere una famiglia e di risparmiare — sosteneva — il lavoratore poteva costituire un piccolo patrimonio e la legge doveva far sì che più persone possibili riuscissero a diventare proprietari.

L’intuizione era semplice e, oggi nel 2026, appare molto più radicale di quanto sembri: la risposta cristiana alla concentrazione economica non consisteva nel sopprimere la proprietà, bensì nell’estenderla. Quella proprietà poteva essere un’abitazione, un terreno o gli strumenti di un laboratorio; quella del nostro tempo include anche azioni, fondi, brevetti, algoritmi, piattaforme e sistemi di intelligenza artificiale. Magnifica humanitas ha inserito proprio queste nuove forme di proprietà all’interno della questione sociale contemporanea. Non siamo, pertanto, dinanzi a una dottrina antica che bisogna adattare con difficoltà a ChatGPT e ai robot. La questione è sostanzialmente la stessa. È cambiata la tecnologia, è cambiato ciò che genera ricchezza ed è cambiata anche la velocità di trasformazione, ma rimane la domanda sul lavoro, sulla proprietà, sulla dignità e sul bene comune. Il rapporto tra capitale e lavoro è un po’ come un matrimonio in cui i coniugi discutono senza poter divorziare.

Pio XI, nella Quadragesimo anno, ricordò che né il capitale può attribuirsi tutto ciò che viene prodotto, né può farlo il lavoro. Entrambi sono necessari, e questa precisione risulta particolarmente importante ora, perché la preoccupazione per l’intelligenza artificiale può facilmente condurci a un’altra trincea ideologica. Qualcuno deve rischiare denaro, riunire tecnologia, lavoratori, istallazioni e finanziamenti, e individuare un’opportunità laddove gli altri ancora non la vedono. Spesso sbaglia, perde il suo investimento e nessuno organizza una manifestazione per restituirgli il denaro.

Il profitto svolge perciò una funzione economica legittima e san Giovanni Paolo II lo ha chiaramente riconosciuto nella Centesimus annus. Lì ha affermato che la sua esistenza può indicare che un’impresa utilizza correttamente i suoi fattori produttivi e soddisfa necessità reali, ma ha poi subito aggiunto qualcosa che cambia di molto il ragionamento: la redditività non basta a determinare il buon funzionamento di un’impresa, perché l’impresa è anche una comunità di persone.

Benedetto XVI ha proseguito nella stessa direzione nella Caritas in veritate, affermando che il profitto è utile quando rimane un mezzo; quando diventa un fine esclusivo può addirittura distruggere parte della ricchezza che intendeva creare. La Dottrina sociale della Chiesa, quindi, non è nemica dell’impresa, della proprietà e neppure dell’imprenditore, e sarebbe difficile trovare in essa una giustificazione per considerare illegittimo che qualcuno si arricchisca dopo aver investito bene, innovato e assunto rischi. Ciò che nega è qualcosa di diverso: che il rendimento del capitale sia l’unico parametro importante di un’attività economica. Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale, perché quando un’attività che fino a ieri veniva retribuita come lavoro salariato viene invece svolta dal capitale tecnologico, avviene qualcosa di fondamentale: una parte del reddito che remunerava il lavoro può trasferirsi a chi possiede quel capitale.

L’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil) stima che circa un lavoratore su quattro nel mondo svolge un’attività con un certo grado di esposizione all’intelligenza artificiale generativa. La categoria di esposizione più alta riguarda una proporzione molto più ridotta, e la stessa Oil insiste sul fatto che, in numerosi impieghi, lo scenario più probabile sia la trasformazione piuttosto che la completa scomparsa. È bene ricordarlo, perché abbiamo una certa tendenza ad annunciare periodicamente la fine dell’occupazione. Eppure, anche se la maggior parte delle persone continua a lavorare, la questione distributiva cambia se una quota crescente della produttività proviene da risorse tecnologiche concentrate nelle mani di pochi.

Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha messo in guardia da una conseguenza che a volte resta oscurata dal dibattito sui salari: l’intelligenza artificiale potrebbe ridurre determinate differenze salariali e, al tempo stesso, aumentare la disuguaglianza patrimoniale, semplicemente perché i proprietari del capitale si trovano in una posizione migliore per appropriarsi dei relativi rendimenti.

Immaginiamo un’azienda con mille lavoratori che introduce sistemi di intelligenza artificiale e di automazione e riesce a produrre un trenta per cento in più. La macchina non indice una riunione per decidere che cosa fare di quell’incremento. Si può destinare a ridurre i prezzi, ad ampliare gli impianti, a pagare i debiti, ad aumentare i salari, a distribuire i dividendi, a formare i lavoratori, a ridurre l’orario di lavoro o a prescindere di una parte dell’organico; normalmente si ricorrerà a una combinazione di queste misure. Nulla nell’algoritmo risolve la questione; è una decisione umana.

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse) da anni sta osservando un fenomeno anteriore all’attuale esplosione della IA e che quest’ultima può accelerare: in tempi recenti, per lunghi periodi, i salari sono cresciuti meno della produttività, specialmente in determinati segmenti della distribuzione salariale. Tra le cause figurano il cambiamento tecnologico favorevole al capitale, la concentrazione delle imprese e l’indebolimento del potere contrattuale di alcuni lavoratori.

Non esiste una legge naturale che obblighi a trasferire in modo proporzionale al lavoratore ogni incremento di produttività. Sperare che ciò avvenga da solo è un atto di fede e, per la fede, almeno nella tradizione cattolica, ci sono destinazioni migliori. Ebbene, la risposta non può neppure consistere nel decretare da un ministero quanto debba guadagnare un imprenditore o come distribuire automaticamente ogni euro di profitto. Prima della distribuzione ci deve essere qualcosa da condividere, e prima del profitto, ci sono stati sempre investimenti, finanziamenti, assunzione di rischi, lavoro e, non di rado, anni di perdite. Un’impresa industriale ad alta intensità di capitale ha bisogno di riserve consistenti; una giovane impresa tecnologica può trascorrere molti anni senza guadagnare; una piccola attività familiare non ha la struttura finanziaria di una multinazionale. Ignorare queste differenze trasformerebbe una buona intuizione sociale in una cattiva politica economica.

La questione si pone quando — dopo aver tenuto ragionevolmente conto di investimenti, riserve, finanziamenti e remunerazione del rischio — emergono benefici straordinari o aumenti molto sostenuti della produttività. Allora sì che ha senso chiedersi perché una parte di quella prosperità non possa arrivare direttamente a quanti lavorano nell’organizzazione. Non necessariamente sotto forma di denaro: può farlo mediante partecipazione agli utili, azioni, fondi diversificati, versamenti o sistemi di risparmio, piani pensionistici, formazione o riduzione dell’orario di lavoro.

San Giovanni XXIII nella Mater et Magistra contemplò espressamente formule attraverso le quali i lavoratori potessero partecipare, in determinate circostanze, alla proprietà, alla gestione e agli utili dell’azienda. San Giovanni Paolo II nella Laborem exercens menzionò proposte di comproprietà dei mezzi di lavoro, di partecipazione economica e azionariato dei lavoratori. Non sembra una coincidenza dottrinale di poco conto.

L’obiettivo non consiste nel far scomparire le differenze tra imprenditore, investitore e lavoratore. Le loro funzioni e i loro rischi sono diversi e continueranno a esserlo. Si tratta di evitare che una società tecnologicamente avanzata finisca coll’essere divisa in modo quasi permanente tra quanti possiedono capitale produttivo e quanti possiedono soltanto lavoro. Credo che qui affiori uno degli aspetti meno studiati della questione. Un salario permette di vivere questo mese; un patrimonio permette di proiettarsi verso il futuro, che si tratti di un’abitazione, di una partecipazione societaria, di un fondo pensionistico o di una riserva modesta. Non occorre trasformare ogni cittadino in un investitore professionista. L’importante è che chi dispone di un certo patrimonio possieda anche un margine di autonomia: può far fronte a un imprevisto, cambiare lavoro, intraprendere un percorso di formazione, aiutare un figlio o, semplicemente, dire di no in circostanze in cui chi dipende completamente dal prossimo stipendio dispone invece di molta meno libertà reale.

Perciò mi sembra insufficiente immaginare il futuro dell’intelligenza artificiale unicamente in termini di salari e di sussidi pubblici. Il reddito di base universale entrerà inevitabilmente nel dibattito se un giorno la tecnologia ridurrà in misura molto considerevole la quantità di lavoro necessaria. È una discussione legittima e possono esserci circostanze in cui risulti indispensabile garantire un reddito minimo. Mi preoccupa, tuttavia, un altro scenario: una ristretta classe proprietaria delle macchine e milioni di cittadini sostenuti attraverso sussidi. Il problema non sarebbe solo economico. Chi dipende completamente da un sussidio ha un’entrata, ma non necessariamente autonomia; e chi possiede simultaneamente il capitale, i dati e buona parte dell’infrastruttura tecnologica accumula qualcosa di più importante del denaro: accumula potere.

L’assistenza deve proteggere chi ne ha bisogno, ma trasformare una parte della società in “pensionati tecnologici” dell’altra parte sarebbe una forma abbastanza strana di progresso. Perciò propendo per un’altra direzione: far sì che il cittadino conservi lavoro quando possibile, ma che disponga anche di risparmio, formazione e proprietà. Il lavoratore del futuro dovrebbe poter essere, oltre che salariato, risparmiatore e proprietario. La formula concreta può variare molto. Offrire azioni della propria azienda ai lavoratori può sembrare allettante finché l’impresa non fallisce e il lavoratore perde contemporaneamente l’impiego e i risparmi; l’azienda Enron ha lasciato alcune lezioni spiacevoli. Per questo si dovrebbero esplorare anche strumenti diversificati, fondi partecipati per lavoratori, piani pensionistici vincolati al capitale produttivo o formule analoghe. Il principio non esige che ogni lavoratore diventi un analista di Borsa alla fine della sua giornata; basta cercare di far sì che l’espansione dei redditi da capitale non vada a vantaggio soltanto di chi è nato disponendo già di capitali.

La morale può indicarci quale risultato consideriamo giusto. L’economia ha la sgradevole abitudine — sebbene molto salutare — di chiedersi se funziona. La Francia offre un precedente interessante. Uno studio pubblicato nel 2026 su «The Quarterly Journal of Economics» ha esaminato il suo sistema di partecipazione obbligatoria agli utili. I ricercatori hanno riscontrato un aumento della partecipazione del lavoro nel reddito dell’impresa e miglioramenti particolarmente significativi per i lavoratori meno qualificati, senza grandi effetti negativi sulla produttività e sugli investimenti. Ma lo studio ha anche rilevato la presenza di imprese concentrate appena al di sotto di determinati limiti di legge, segnale che alcuni imprenditori hanno modificato il proprio comportamento per evitare di rientrare in quel sistema. Conviene tenerne conto, perché le buone intenzioni non derogano gli incentivi e un meccanismo mal congegnato può frenare le assunzioni, incoraggiare artifizi societari o danneggiare proprio quanti intende tutelare.

Non credo, perciò, in una formula matematica universale. Un’impresa emergente non è una banca; un ristorante non è Microsoft; una piccola azienda familiare non può essere trattata come una multinazionale. La partecipazione deve tener conto della redditività, degli investimenti necessari, delle dimensioni, del rischio, del settore e della situazione finanziaria. A volte la prudenza sembra una virtù piuttosto noiosa, ma continua a essere una virtù, specialmente quando si intende elaborare politiche economiche partendo da principi morali.

Esiste anche un’altra possibilità che merita di essere presa in considerazione. Per due secoli abbiamo dato quasi per scontato che ogni miglioramento di produttività dovesse trasformarsi in maggiore produzione o maggiore reddito. Forse una parte potrebbe trasformarsi in vita. Se un’attività che richiedeva otto ore si può fare in cinque mantenendo la produzione e una redditività adeguata, nulla nelle leggi della natura obbliga a utilizzare le altre tre ore solo per produrre di più. Una parte potrebbe trasformarsi in tempo per la famiglia, la cultura, l’educazione, il riposo o la partecipazione alla vita comunitaria. Ciò si ricollega, pur sembrando una digressione, a uno dei grandi problemi delle nostre società: ci preoccupano i tassi di natalità, ma le Nazioni Unite e il loro Fondo per la popolazione (Unfpa) da anni stanno mostrando fino a che punto la precarietà lavorativa, i costi abitativi e la situazione economica influiscono sulle decisioni familiari.

Abbiamo costruito società capaci di inviare sonde nello spazio, sequenziare genomi e conversare con macchine, ma nelle quali una giovane coppia può considerare economicamente temerario disporre di una stanza in più e due figli. Poi organizziamo congressi per studiare perché è caduto il tasso di natalità. Il mistero forse non è così insondabile. La tecnologia dovrebbe servire anche a rendere materialmente possibile ciò che le persone ritengono importante. La famiglia, la cura o il tempo condiviso difficilmente figurano nella contabilità nazionale, ma ciò non significa che siano privi di valore.

Pensiamo per un attimo al 2055. L’intelligenza artificiale e la robotica hanno moltiplicato in modo spettacolare la produttività. In un primo scenario, una percentuale ridotta della popolazione possiede le piattaforme, i robot, i centri dati, gli algoritmi e buona parte dell’infrastruttura produttiva. Le imprese ottengono eccellenti risultati e una parte considerevole dei cittadini alterna lavori di breve durata ad aiuti e sussidi pubblici. I beni esistono, la ricchezza esiste e la produttività esiste, ma a scarseggiare è la proprietà distribuita. Non sarebbe schiavitù, chiaramente, ed è bene non abusare delle parole; sarebbe un’altra cosa: una forte subordinazione economica di quanti possiedono a malapena dei beni a quanti ne concentrano una parte straordinaria.

Il secondo scenario può contenere le stesse grandi imprese e gli stessi multimilionari. Non vedo alcun inconveniente nel fatto che qualcuno che assume grandi rischi, inventa qualcosa di straordinario o crea un’azienda eccezionale diventi straordinariamente ricco. La differenza starebbe nel fatto che, accanto a queste grandi fortune, troveremo milioni di lavoratori con una casa, risparmi, fondi, pensioni capitalizzate o partecipazioni indirette alla ricchezza produttiva. Gli aumenti di produttività si trasformerebbero a volte in investimenti, altre in profitti aziendali e in certi casi anche in salari migliori, partecipazione economica, formazione o tempo. Non avremmo abolito le differenze economiche, né vi è alcuna necessità di farlo; avremmo esteso l’indipendenza economica.

Una società formata da milioni di piccoli proprietari è politicamente diversa da un’altra formata da una minoranza che possiede i beni e una maggioranza che percepisce uno stipendio o un sussidio. Forse è proprio questa una delle intuizioni più attuali della Rerum novarum. Leone XIII scrisse quando le macchine industriali stavano cambiando il mondo. Leone XIV scrive quando le macchine cominciano a imparare, a scrivere, a decidere strumentalmente e a svolgere funzioni che fino a ieri consideravamo proprie delle persone. Tra le due encicliche corre una linea riconoscibile: dignità del lavoratore, proprietà privata, salario familiare, cooperazione tra capitale e lavoro, funzione sociale dell’impresa, legittimità del profitto, destinazione universale dei beni e bene comune.

Non sembra necessario inventare una nuova dottrina. Forse occorre prendere sul serio quella che già abbiamo e applicarla a una realtà economica che sta cambiando molto più velocemente delle nostre istituzioni. Aristotele aveva ragione. La ricchezza serve a qualcosa e l’intelligenza artificiale pure. Può aiutarci a curare malattie, a produrre più alimenti, a eliminare lavori pericolosi e a sprigionare quelle capacità umane che oggi impieghiamo in attività ripetitive. Sarebbe un enorme paradosso riuscire a costruire macchine capaci di produrre abbondanza e finire col creare con esse una società di scarsità per coloro che non ne sono i proprietari.

Non propongo di abolire la proprietà, bensì di estenderla, né vedo alcuna ragione per fermare una rivoluzione tecnologica che può apportare enormi benefici all’umanità. Sarebbe altrettanto inutile quanto aver cercato di fermare la macchina a vapore. La difficoltà, allora come oggi, consiste nel civilizzarne le conseguenze. Il grande interrogativo economico di questo secolo non sarà probabilmente se le macchine potranno produrre sufficiente ricchezza perché tutto indica che potranno farlo. La domanda decisiva potrebbe finire coll’essere molto più antica, molto più umana e molto più scomoda: chi ne sarà il proprietario.

JUAN SOLAECHE-JAUREGUIZAR Y BIELSA, Rettore della Società di Studi Internazionali

(L’Osservatore Romano)

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *