Con qualche anno di ritardo rispetto agli altri Paesi, non solo europei, anche l’Italia comincia a valutare le regole che consentano la partecipazione dei lavoratori al capitale d’impresa. Un modello che contiene benefici sia in termini economici sia sociali, e che potrebbe essere uno strumento di svolta per tutta l’economia italiana. A essere maggiormente coinvolti nel nuovo schema saranno i giovani imprenditori, il futuro delle aziende familiari.
Per questo, il nostro Gruppo Giovani ha organizzato insieme a “Fondazione Imprendi – Scuola di imprenditorialità”, un’indagine conoscitiva per testare come potrebbe essere accolta dagli imprenditori del sistema Confimi Industria la messa a terra di normative in grado di cambiare profondamente il modello economico italiano e favorire uno sviluppo della società tramite una dimensione realmente partecipativa.
L’indagine, “La partecipazione al capitale sociale: vantaggi e sfide per aziende e collaboratori”, ha voluto coinvolgere tutti gli imprenditori della Confederazione ma con un faro puntato sui chi ha meno di 40 anni. Un numero di imprenditori che purtroppo, per motivi diversi e conosciuti in un Paese dove è ancora difficile da parte dei titolari riuscire ad affidare da subito le redini dell’azienda di famiglia ai propri figli, è basso. Soltanto il 21 per cento dei partecipanti all’indagine ha infatti meno di 40 anni, ma tra questi circa più della metà è interessato a esplorare un programma di partecipazione dei collaboratori al capitale.
Gli under 40 sono predisposti al cambiamento, un po’ come avviene per tutte le novità in campo di impresa. Una spinta verso le nuove possibilità che, in questo caso, è colta dalla nuova generazione imprenditoriale come opportunità per risolvere diverse problematiche.
Si parte con l’attuale, e preoccupante, mancanza di lavoratori: includere i collaboratori nel capitale d’impresa significa aprire una prospettiva anche a chi è al primo impiego, così come a tutti quei cervelli in fuga che spesso non rientrano in Italia anche per mancanza di progetti economicamente stimolanti, di avere un motivo in più per contribuire all’economia del Bel Paese.
Si passa poi a un problema che è collegato con la denatalità e anche con la conseguente perdita di quelle figure, le maestranze, in grado di passare le proprie competenze professionali ai più giovani.
Secondo le risposte della survey, infatti, le aziende della Confederazione immaginano di poter includere maggiormente nella partecipazione al capitale i dipendenti con responsabilità operative (36%) e soltanto dopo il middle management (26%), cui seguono tutte le figure, incluse le maestranze, (19%) e come ultima ipotesi i soli dirigenti apicali (18%). Perché includere i collaboratori significa mantenere la capacità produttiva di un’impresa e quindi il suo capitale sociale.
Un’altra problematica che il metodo risolverebbe, è quella della continuità generazionale, nel caso mancasse. Senza eredi interessati a seguire le orme del genitore, pensare fuori dagli schemi incentiva il lavoratore e il proprietario.
Insomma, se tutti gli imprenditori aprissero alla possibilità di includere, attrarre e trattenere i lavoratori, le aziende italiane potrebbero tornare ad essere quel luogo di investimento in termini di crescita per il futuro delle nuove generazioni, così come è stato per chi quelle aziende le ha fondate.
(a cura di Matteo Manzardo, vicepresidente Gruppo Giovani di Confimi Industria)
(Huffpost)

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