Vorrei condividere con voi una riflessione su un principio che rappresenta l’essenza profonda del modello cooperativo: la partecipazione attiva dei lavoratori. In un mondo del lavoro in continua evoluzione, le cooperative si distinguono per un approccio che pone al centro la persona, valorizzandola non solo come lavoratore, ma come socio e co-protagonista del progetto imprenditoriale.
La partecipazione è il vero fondamento identitario della cooperazione. Le cooperative nascono dall’iniziativa diretta dei lavoratori, con l’obiettivo di creare imprese al servizio dei soci e delle comunità. In questo contesto, la partecipazione non è un elemento accessorio o decorativo: è il motore vitale dell’organizzazione. Il socio lavoratore non è un semplice dipendente, ma un soggetto attivo nei processi decisionali, nella governance e nella definizione delle strategie. Questo duplice ruolo rafforza il senso di appartenenza, la responsabilità condivisa e l’orientamento verso obiettivi comuni.
Non si tratta solo di una modalità gestionale alternativa, ma di una concreta espressione di democrazia economica: un modello in cui il potere decisionale è distribuito in modo equo e le scelte sono orientate al bene collettivo. Un’alternativa alle logiche puramente capitalistiche, che promuove un’economia più giusta, inclusiva e sostenibile.
Tuttavia, questo potenziale non sempre è stato pienamente espresso. I fallimenti di cooperative come Cima, Cei, Edilfornaciai, Edilter, Edilcoop ci insegnano una lezione importante: quando manca la partecipazione autentica dei soci, l’impresa cooperativa perde il suo tratto distintivo e il suo vantaggio competitivo. In questi casi, abbiamo assistito a gravi criticità: deficit di democrazia interna, basi sociali poco formate, decisioni prese senza il coinvolgimento dei soci, e assenza di strumenti efficaci per il controllo dei consigli di amministrazione e dei dirigenti. Il risultato è stato un progressivo allontanamento dei lavoratori dalla vita della cooperativa, fino al suo declino.
Per questo motivo, la partecipazione non può essere improvvisata né relegata a una formalità. Deve essere costruita con cura, alimentata con costanza, e sostenuta da un’impostazione strutturale che coinvolga in modo pieno sia i soci sia i lavoratori.
Servono: formazione continua, per garantire che tutti i soci abbiano le competenze necessarie per contribuire consapevolmente alle decisioni; trasparenza e comunicazione, indispensabili per mantenere la fiducia, il dialogo e la coesione interna; partecipazione organizzativa, che assicuri ai lavoratori un ruolo attivo nelle scelte riguardanti la gestione, l’organizzazione del lavoro e l’evoluzione dell’impresa.
Un’esperienza significativa in questa direzione è rappresentata dal contratto collettivo nazionale delle cooperative metalmeccaniche (oggi scaduto), che prevedeva l’istituzione di un’assemblea congiunta tra lavoratori, RSU e Consiglio di Amministrazione, con l’obiettivo di discutere insieme strategie economiche, riorganizzazioni e prospettive occupazionali. Lo stesso contratto incentivava la creazione di gruppi di lavoro nei reparti, composti da soci lavoratori e rappresentanti sindacali, per individuare proposte di miglioramento continuo a partire dal basso.
In conclusione, la partecipazione dei lavoratori nella vita delle cooperative non è solo un principio etico: è una leva strategica, una risorsa vitale per la qualità democratica, la competitività e la sostenibilità delle imprese. Rafforzare questo modello, anche allargando la base sociale, significa costruire un’economia che non lascia indietro nessuno, fondata su dignità, corresponsabilità e visione collettiva. Per questo motivo, la partecipazione non può essere limitata o esclusa nei casi in cui il lavoratore ricopra contemporaneamente il ruolo di RSU e di socio: anzi, è proprio in quella duplice funzione che si esprime al massimo il valore della cooperazione.
Stefano Moni, segretario Cgil Imola

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