Pietro Ichino – Perché la partecipazione é rimasta sulla carta

Trascrizione di una video-intervista a cura di Ada Fichera che è stata proiettata al convegno promosso da Italia Decide l’11 maggio 2023 – In proposito vedi anche il video della precedente intervista sul medesimo argomento, a cura della stessa giornalista, del novembre 2022.

In allegato le slides di un altro intervento del prof. Ichino sullo stesso argomento.

Professor Ichino, da dove e come è nato l’articolo 46 della Costituzione in materia di partecipazione?

La norma costituzionale che prevede il coinvolgimento dei lavoratori nella gestione delle imprese nasce direttamente dall’esperienza dei Consigli di Gestione nati durante la Resistenza, che il primo ministro dell’Industria – il socialista Rodolfo Morandi – avrebbe voluto consolidare con una legge già nel corso del 1946. E’ abbastanza credibile la tesi storiografica secondo la quale il disegno morandiano non avrebbe avuto successo per una non dichiarata ostilità del Pci, oltre che per quella – dichiarata – della Dc; fatto sta che quel progetto ha lasciato traccia di sé soltanto nell’articolo 46 della Costituzione.

Perché l’articolo 46 della Costituzione non è stato attuato?

A seguito della rottura dell’unità sindacale, nel 1948, la bandiera della partecipazione dei lavoratori in azienda venne fatta propria della neo-nata Libera Cgil, destinata a chiamarsi ben presto Cisl, che si ispirava però non tanto all’esperienza dei Consigli di Gestione e all’idea morandiana di rilanciarli, quanto all’idea espressa dallo statunitense Frank Tannenbaum nel suo saggio del 1951, A Philosophy of Labor (pubblicato nel 1951), secondo il quale la buona impresa ha bisogno di un’anima, che può esserle data soltanto da un sindacato capace di valutare il piano industriale dell’imprenditore, e la capacità dell’imprenditore stesso di realizzarlo; e, in caso di valutazione positiva, capace di guidare i lavoratori nella scommessa comune con l’imprenditore sul piano. Ma la Cisl negli anni ’50 era una parte minoritaria del movimento sindacale, nel quale prevaleva – ed era destinata a prevalere ancora per alcuni decenni – l’idea del necessario antagonismo tra lavoratori e imprenditore. In funzione di questa idea la componente maggioritaria del movimento sindacale ha sempre guardato con diffidenza a ogni forma di partecipazione dei lavoratori nell’azienda e all’imprenditore come a una figura socialmente pericolosa, dalla quale era meglio mantenere ben chiare le distanze e con la quale era meglio non confondere le responsabilità.

Che cosa è accaduto, su questo fronte, nell’ultimo quindicennio?

Nel corso della XVI legislatura la Commissione Lavoro del Senato ha elaborato un disegno di legge unitario sulle pratiche partecipative in azienda (volto a eliminare alcuni ostacoli e a istituire alcuni incentivi), che è stato recepito nella Legge Fornero n. 92/2012 in forma di delega al Governo, che però non è stata esercitata, anche per via dello scioglimento del Parlamento. Nella XVII legislatura lo stesso disegno di legge è stato ripreso in mano e approvato dalla Commissione Lavoro del Senato, sempre in chiave bi-partisan (io ne sono stato il relatore). Se non è andato in porto è principalmente per l’opposizione esplicita della Confindustria, la quale temeva che esso provocasse un’ondata rivendicativa su questo terreno nelle imprese; ma a quell’opposizione ha fatto un po’ sponda la freddezza della Cgil.

Milano-14XII21-Circolo-PD-Gino-Giugni

(tratto dal sito www.pietroichino.it)

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