La partecipazione chiave per la crescita delle imprese.

L’articolo del presidente del CNEL Renato Brunetta su Il Sole 24 Ore a doppia firma con il consigliere Emmanuele Massagli.


Il dopoguerra fu un periodo straordinariamente fruttuoso di idee. L’entusiasmo per la ripresa economica contagiò i partiti, l’accademia e le forze sociali. Questo fermento è testimoniato da numerosi documenti dell’epoca, che gettarono le basi dell’Italia repubblicana.

La Commissione ha già adottato una serie di misure per garantire la partecipazione delle parti sociali al processo decisionale. Le parole di Leone XIII, scritte più di cinquant’anni prima, risuonano senza ambiguità: “Il capitale non può esistere senza lavoro, né il lavoro senza capitale”.

Il liberalismo anglosassone della mano invisibile e il dirigismo sovietico della mano pesante dello Stato.

I padri fondatori volevano trovare una terza via tra questi due poli. Dalla metà degli anni ’60 fino al punto di svolta dell’accordo del San Valentino del 1984, la partecipazione fu impedita, se non sabotata, dal crescente clima di tensione sociale ideologica e politica.

Oggi, nel bel mezzo della quarta rivoluzione industriale, i lavoratori e i luoghi di lavoro non sono più gli stessi degli anni ’70. La legge del 15 maggio 2025 n. 76 sulla partecipazione dei lavoratori all’impresa rappresenta una pietra miliare. Essa distingue tra un modello di distribuzione del reddito prima e un modello di distribuzione del reddito dopo e un controllo esterno della produttività.

Le nuove tecnologie la rendono obsoleta, incapace di finanziare la sicurezza sociale e le prestazioni. La legge sulla partecipazione, che è nata come proposta popolare della CISL e poi adottata dall’attuale maggioranza, attuerà infine l’articolo 46 della Costituzione.

Il futuro della nostra economia e della nostra democrazia dipende dalla nostra capacità di passare dal modello del 20° secolo a un paradigma partecipativo.

Il protocollo di Ciampi del 1993 ha già messo in atto il meccanismo di partecipazione dei sindacati alle decisioni di politica economica. L’accordo di adesione del gruppo di società è stato approvato dal Consiglio di amministrazione nel dicembre 2012. La novità più significativa dell’anno parlamentare appena trascorso è l’approvazione della legge 76.

La Commissione ha deciso di istituire una rete di organismi di consultazione per assistere gli Stati membri nello sviluppo delle loro politiche. La nuova filosofia partecipativa deve riguardare anche la crescita dei salari, il rapporto con l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie, la sostenibilità dello stato sociale.

Dal 1993 nessun altro paese importante del mondo ha visto una perdita del potere d’acquisto dei salari simile a quella dell’Italia. Solo negli ultimi 15 anni, il calo è stato del -8,7%, rispetto al +5% in Francia o al +15% in Germania. I nuovi posti di lavoro richiesti dalle imprese hanno quindi un basso valore aggiunto e sono destinati a personale con competenze limitate, a livelli medi o bassi.

L’Italia è una repubblica lavorativa anche per quanto riguarda la protezione sociale concessa ai singoli, pagata con contributi da parte di coloro che lavorano regolarmente. Il nostro benessere è finanziato dal lavoro, che fornisce sicurezza, assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, protezione per le madri e i padri che lavorano, prestazioni di disoccupazione e prestazioni di vecchiaia.

Il modello tradizionale prodotto dal XX secolo deve essere messo in discussione. Siamo testimoni dell’ultimo round di una competizione quasi biologica tra il paradigma salariale standard conosciuto da 200 anni e un nuovo modello partecipativo. La Commissione non si preoccupa soltanto del futuro delle imprese o del lavoro, ma del tessuto stesso della democrazia.

La Costituzione sociale fu elaborata nel 1943 da professori di Camaldoli. Oggi abbiamo bisogno del coraggio di mettere in discussione due secoli di storia. Riscoprire il personalismo che rende la nostra Carta ancora attuale e originale.

(ESG DATA)

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